Neutralità attiva con il nuovo diritto internazionale. Riflessioni in chiave di politica del diritto.

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Antonio Papisca, Università di Padova

1. Lo status di neutralità, da non confondere con scelte di occasionale non belligeranza le quali possono interessare anche stati non neutrali, è un classico istituto di diritto internazionale – consuetudinario e convenzionale – che distingue tra neutralità permanente e temporanea, armata e non armata (quest’ultima eventualmente garantita da altro stato), individuale e collettiva, attiva e passiva.

Questa normativa dispone minuziosamente quanto a diritti ed obblighi dei soggetti neutrali e di quelli non neutrali in tempo di guerra e in tempo di pace. Le sue principali fonti sono, oltre che la Dichiarazione di Parigi del 1856 e la Dichiarazione di Londra del 1909, i trattati dell’Aja del 1907, in particolare la V Convenzione riguardante i diritti e i doveri delle Potenze e delle persone neutrali in caso di guerra per terra, e la XIII portante sui diritti e i doveri delle Potenze neutrali in caso di guerra marittima. Rilevante in materia è anche la IV Convenzione concernente le leggi e gli usi della guerra per terra. Rilevano anche principi e norme di diritto internazionale umanitario.

Nel quadro di questa normativa, la scelta di uno stato di essere neutrale è espressa da una norma della propria costituzione o da una sua dichiarazione-notificazione unilaterale, o anche da un trattato internazionale.

Lo status di neutralità è definito con prevalente riferimento al tema della guerra e al principio di sovranità e integrità territoriale degli stati nazionali, quindi dell’interesse nazionale, nella logica dello ius in bello, o diritto bellico, ove lo ius ad pacem, come dimostra la storia plurisecolare delle relazioni interstatuali, è ampiamente sopravvanzato dallo ius ad bellum.Versiamo nel campo delle ambiguità che caratterizzano il (pur utile, stando così le cose) diritto umanitario, quello che è inteso  mitigare gli effetti della guerra senza peraltro metterne in discussione l’esistenza per così dire fisiologica, e quindi la legittimità, nel sistema politico internazionale. La logica della doppia verità o della pseudo-pietà degli stati (machinae machinarum, come scriveva Norberto Bobbio) che informa il diritto umanitario, traspare chiaramente dalle contorsioni semantiche del preambolo della IV Convenzione dell’Aja prima citata: “considerando che, pur ricercando i mezzi di assicurare la pace e di prevenire i conflitti armati fra le nazioni, importa parimenti preoccuparsi del caso in cui la chiamata alle armi fosse determinata da avvenimenti che la loro sollecitudine non avesse potuto evitare; animati dal desiderio di servire, anche in questa estrema ipotesi, agli interessi dell’umanità e alle esigenze ognora crescenti della civiltà; stimando che importa, a tal fine, rivedere le leggi e gli usi generali della guerra, sia allo scopo di definirli con maggiore precisione, sia per tracciare certi limiti destinati a restringerne, quanto è possibile, i rigori … Secondo le vedute delle Alte Parti contraenti, queste disposizioni, la cui redazione è stata ispirata dal desiderio di diminuire i mali della guerra, per quanto lo permettono le necessità militari …”.

Principio fondamentale è il rispetto della integrità territoriale degli stati, come recita perentoriamente l’articolo 1 della V Convenzione: “Il territorio delle Potenze neutrali è  inviolabile”.

Ai sensi di questa Convenzione, gli stati neutrali sono titolari di diritti ed obblighi sia negativi (astenersi da) sia positivi (attivarsi per). Agli stati belligeranti è in particolare fatto divieto di far transitare sul territorio dello stato neutrale truppe o armi, e di formarvi corpi di combattimento. Peraltro lo stato neutrale “non è responsabile del fatto che singoli individui passino la frontiera per mettersi al servizio di uno dei belligeranti” (articolo 7) e “non è tenuto ad impedire l’esportazione o il transito, per conto di questo o quel belligerante, di armi, di munizioni, e, in generale di tutto ciò che può essere utile a un esercito o a una flotta” (articolo 8). L’articolo 10 stabilisce che “non può essere considerato come atto ostile il fatto che una Potenza neutrale respinga anche con la forza gli attentati contro la sua neutralità”.

 

  1. Ci si chiede, in via preliminare, se la neutralità sia oggi utile, se cioè comporti sicurezza per lo stato che la sceglie e per gli altri.

La classica neutralità nella sua ratio per così dire militare, astensionista o passiva, aveva un senso, anche se non in assoluto, quando indipendenza e sovranità degli stati erano dei dati reali. Non ce l’ha più nell’attuale mondo interdipendente, globalizzato, transnazionalizzato, colmo di armi di distruzione di massa, da cui discende che, oggi, la reale sicurezza o è collettiva o non è.

La ratio della neutralità cambia con l’avvento del diritto internazionale che ha preso corpo organico a partire dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Questo nuovo diritto introduce il principio secondo cui “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti, eguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo” e stabilisce che al ripudio della guerra debba accompagnarsi l’esercizio di ruoli attivi per la costruzione di un ordine mondiale di pace positiva, in particolare contribuendo al buon funzionamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e di altre legittime istituzioni multilaterali all’interno di una visione di governance multilivello e di sicurezza colletttiva.

La nuova ratio della neutralità sta dunque nel suo essere funzionale all’affermazione di una governance decisamente orientata alla pace e ai diritti umani.

Il caso della Svizzera è significativo della evoluzione dello statuto di neutralità in funzione della sua concreta sostenibilità.

Come noto, prima di entrare a far parte dell’ONU nel 2002, la Svizzera si interrogò a lungo se questa appartenenza avrebbe comportato incompatibilità col suo statuto di neutralità permanente considerato, tra l’altro, che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può decidere, ai sensi del Capitolo VII della Carta, la realizzazione di operazioni comportanti l’uso della forza militare. Divenuta membro dell’ONU, la Svizzera partecipa oggi anche a operazioni di peace-keeping ed è attiva in molti settori delle Nazioni Unite che comportano uno ‘schierarsi’ politicamente.

Stati di consolidata esperienza di neutralità  quali la Svezia e la Finlandia sono  generosi fornitori di Caschi Blu per le operazioni onusiane di peace-keeping, a dimostrazione che non c’è incompatibilità fra lo statuto di neutralità e l’impiego di forze militari per finalità diverse da quelle belliche. L’incompatibilità insorge quando l’uso del militare è strumentalizzato per scopi diversi da quelli previsti dal nuovo diritto internazionale e con modalità che sono tipiche delle azioni belliche come nel caso degli interventi in Iraq, in Afghanistan, contro la Serbia.

 

  1. Tra le cause del disordine mondiale in atto, si segnala l’impegno che i nostalgici del vecchio diritto internazionale delle sovranità statuali armate e confinarie – diritto statocentrico – e della geopolitica bellicistica stanno profondendo nel contrastare l’effettività del nuovo diritto internazionale.

Sullo sfondo c’è la contrapposizione fra due modelli di ordine mondiale. E’ utile ricordare che nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo, il Presidente Bush senior evocò più volte la necessità di stabilire un ‘nuovo’ ordine mondiale che, nella sostanza, riproducesse i caratteri del sistema inaugurato nel 1648 con la Pace di Westfalia. Nel 2003 in occasione della guerra in Iraq, il Presidente Bush junior ripropose la stessa visione assumendo anch’egli che la vittoria bellica ‘sul campo’ legittima il vincitore, come più volte avvenuto in passato, a imporre nuove regole di ordine mondiale. C’è addirittura chi, come il prof. Kagan, autore del volume ‘Il diritto di fare la guerra’, fornisce un’interpretazione sfacciatamente arbitraria della Carta delle Nazioni Unite sostenendo che essa è funzionale alla ristrutturazione del sistema politico internazionale nella logica della Pace di Westfalia.

L’evidenza ci dice che oggi chi scatena le guerre non le vince e al posto di nuovo ordine produce disordine e destabilizzazioni a cascata.

Una metafora idonea a descrivere questo scenario, che troviamo plasticamente rappresentata sulla facciata di talune chiese in stile  romanico, è quella dell’angelo e del diavolo che si contendono l’anima di una persona. Nel nostro caso l’anima è la pace, che il vecchio diritto statocentrico insiste nel subordinare alle ragioni dello ius ad bellum, attributo forte della sovranità dello stato.

 

  1. Il modello di ordine mondiale delineato dal nuovo diritto internazionale si pone in antitesi rispetto al modello di Westfalia, intaccando la sovranità degli stati proprio avuto riguardo agli attributi forti di questa. La proscrizione della guerra, sancita dalla Carta delle Nazioni Unite in combinato disposto con le norme del diritto internazionale dei diritti umani, fa venir meno la ragion d’essere dello ius ad bellum. In virtù del diritto internazionale dei diritti umani (v. l’articolo 28 della Dichiarazione Universale), lo ius ad pacem passa in capo ai soggetti originari dei diritti fondamentali della persona in quanto connesso al supremo diritto alla vita con la conseguenza che, per gli stati, l’officium pacis – obbligo di costruire la pace: ne nationes ad arma veniant, ut cives vivant – diventa parte integrante della loro essenza costitutiva. In particolare il diritto umanitario deve confrontarsi con la forza attrattiva di due ‘capitoli’ innovativi del diritto internazionale pubblico, rispettivamente costituiti dal diritto internazionale dei diritti umani e dal diritto internazionale penale, i quali negano in radice la parificazione formale dello ius ad bellum e dello ius ad pacem così come assunta, più o meno esplicitamente, dallo stesso diritto umanitario. E’ il caso di sottolineare che il diritto internazionale penale ha introdotto principi rivoluzionari quali l’universalità della giustizia penale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra e la perseguibilità internazionale della responsabilità penale personale attraverso la Corte penale internazionale e i Tribunali internazionali specializzati. Da segnalare anche che nelle sue Risoluzioni il Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite insiste nel citare insieme il diritto internazionale dei diritti umani, il diritto internazionale penale e il diritto internazionale umanitario nell’implicito assunto che il principio del rispetto dei diritti fondamentali della persona umana è sopraordinato alle norme contenute nei due secondi ‘capitoli’.

Ai sensi della Carta delle Nazioni Unite la sicurezza nazionale è inglobata nella sicurezza collettiva che deve essere gestita sotto l’autorità sopranazionale delle Nazioni Unite.

Ufficialmente nessuno stato contesta la formale vigenza della Carta delle Nazioni Unite, anzi ne viene sottolinea la persistente validità da cui partire per auspicabili riforme, soprattutto per quanto attiene alla composizione del Consiglio di sicurezza.

Sul terreno dei fatti, come prima accennato, la nuova legalità è contrastata dal comportamento di stati che danno prevalenza al vecchio diritto internazionale delle sovranità armate, per esempio interpretando estensivamente l’articolo 51 della Carta nel senso della classica legittima difesa preventiva (e addirittura pre-emptive) e strumentalizzando il principio della responsibility to protect, evocato per legittimare interventi militari in presenza di estese e reiterate violazioni dei diritti umani all’interno di stati che si dimostrano incapaci di arginarle e sono quindi considerati ‘falliti’ (failed). Si parla al riguardo di ‘guerre umanitarie’ e perfino di ‘guerre dei o per i diritti umani’ per coprire interventi bellici assolutamente illegittimi. In questo contesto si arriva perfino a teorizzare una arbitraria divisione del lavoro tra ONU e stati partendo dall’assunto che la responsabilità di proteggere incomberebbe in prima istanza agli stati, non alle Nazioni Unite: l’Onu farebbe il peace-keeping con i Caschi blu, mentre gli stati sarebbero legittimati a usare la forza con i loro eserciti.

 

  1. Il nuovo quadro giuridico offre l’occasione per liberare la prassi della neutralità dal tradizionale paradigma guerra/pace negativa/difesa armata.

Per l’Italia è la stessa Costituzione a fornire la base giuridica per una efficace politica di neutralità attiva in vista anche della riqualificazione dell’intera politica estera.

Il lungimirante articolo 11 contiene infatti il quadruplice ripudio della guerra, del vecchio diritto internazionale delle sovranità statuali armate, della pace negativa, dell’unilateralismo, e l’impegno per la partecipazione attiva al multilateralismo istituzionale per la realizzazione della pace positiva.

L’applicazione dell’articolo 11 sub specie neutralità attiva comporta la formulazione di una agenda politica che tenga conto, fondamentalmente, di ciò che comporta il primato del nuovo diritto internazionale dei diritti umani. A seguire, qualche spunto di carattere operativo.

Per quanto riguarda le Nazioni Unite – da riformare all’insegna di ‘potenziare e democratizzare’ -, si tratta in particolare di mettere in attuazione l’articolo 43 della Carta quale premessa per liberare  l’ONU dalla perdurante gestione commissariale dei cinque stati vincitori della seconda guerra mondiale come previsto (in via transitoria…) dall’articolo 106. L’assunto è che il disarmo reale inizia dal conferimento all’ONU di parte degli eserciti nazionali per la formazione di una forza di polizia militare permanente sotto autorità sopranazionale delle Nazioni Unite. Basterebbe l’iniziativa unilaterale di uno stato ai sensi dell’articolo 43  per dare integrale applicazione alla Carta.

In questo contesto, occorre insistere, opportune et inopportune, nel rendere esplicita l’interpretazione letterale dell’articolo 51 della Carta per far sì che l’eccezione dell’uso della forza da parte degli stati a titolo di autotutela ‘successiva ad attacco armato’, rimanga tale e non divenga quindi regola generale.

Per stimolare la riforma democratica dell’ONU, anche il Parlamento italiano deve partecipare alla campagna per l’istituzione di una Assemblea Parlamentare delle NU per la quale si sono di recente pronunciati anche il Parlamento tedesco e il Parlamento Panafricano.

Sul piano regionale europeo, l’integrazione di forze militari in ambito UE per funzioni diverse da quelle belliche deve avvenire con esplicito aggancio ai capitoli VII e VIII della Carta delle NU e il sistema della OSCE deve essere rinvigorito, anche per contenere le derive di illegalità (interventi fuori area, violazione del proprio Statuto) di cui è preda la NATO. Sempre nell’UE, la politica di neutralità attiva dell’Italia deve caratterizzarsi per la valorizzazione del Comitato delle Regioni, quale protagonista del principio di sussidiarietà nel quadro di una governance democratica multilivello. Ci si ricordi che gli enti di governo subnazionali sono ‘territorio’ ma non ‘confine’, costitutivamente distanti dalla logica delle armi e della guerra.

Un altro punto qualificante dell’agenda italiana di neutralità attiva riguarda l’applicazione della legge-quadro sulla partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali, definitivamente adottata dal Parlamento nel luglio 2016, il cui articolo 1 esplicita in modo puntuale il quadro normativo dentro cui usare forze militari e ‘corpi civili di pace’: “articolo 11 della Costituzione, diritto internazionale generale, diritto internazionale dei diritti umani, diritto internazionale umanitario e diritto penale internazionale”. Si tratta di orientare subito la prassi attuativa di questa legge nel senso di ampliare la funzione di controllo ad opera del Parlamento. Si tratta anche, come dispone l’articolo 3 della legge, di valorizzare la “partecipazione delle donne e l’approccio di genere nelle diverse iniziative per attuare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle NU n.1325 e le risoluzioni successive, nonché i Piani d’azione nazionali previsti per l’attuazione delle stesse”.

Un ulteriore punto riguarda l’attuazione della legge istitutiva dei Corpi civili di pace da impiegare per la prevenzione e la risoluzione pacifica dei conflitti. Al riguardo, oltre che un aumento dei fondi, si rende necessaria la semplificazione burocratica e maggiori possibilità di protagonismo per le formazioni dell’associazionismo sia nel momento della formazione sia nella fase attuativa dei progetti, con una distinzione netta rispetto a personale e ruoli militari. In questo contesto occorre dare attuazione all’articolo 18 della citata legge sulle missioni internazionali che prevede, facoltativamente, la figura del ‘consigliere per la cooperazione civile del comandante militare italiano del contingente internazionale’. Si tratta di renderne obbligatoria l’istituzione e di orientarne subito il ruolo con riferimento alle funzioni del ‘difensore civico’.

Ancora, il Governo italiano deve tenere conto dell’ampia mobilitazione di enti locali e regionali, avvenuta negli ultimi due anni, a favore dell’adozione di una Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto alla pace quale diritto fondamentale della persona e dei popoli. Il relativo testo è stato approvato a larga maggiorza dal Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite il primo luglio 2016. Alla prossima Assemblea Generale, dove si discuterà per l’approvazione finale della Dichiarazione, il Governo italiano, che durante i lavori preparatori a Ginevra ad un primo momento di pregiudiziale opposizione (in linea con l’atteggiamento negativo USA-UE) ha fatto seguire una posizione astensionista, dovrebbe fare un intervento di adesione, cogliendo l’occasione per esplicitare la propria interpretazione del diritto alla pace nel quadro di una visione organica di ordine internazionale. Questa posizione dell’Italia può a giusto titolo avvalersi dell’ampio bacino interno di legittimazione costituito dalle migliaia di statuti comunali e leggi regionali che a partire dagli anni 1988-1991 contengono la cosiddetta ‘norma pace diritti umani’ il cui testo standard recita:

“Il Comune …, in conformità ai principi costituzionali e alle norme internazionali che riconoscono i diritti innati delle persone umane, sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e promuovono la cooperazione fra i popoli – Carta delle Nazioni Unite, Dichiarazione universale dei diritti umani, Patto internazionale sui diritti civili e politici, Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia – riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli.

A tal fine il Comune promuove la cultura della pace e dei diritti umani mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione, di cooperazione e di informazione che tendono a fare del Comune una terra di pace.

Il Comune assumerà iniziative dirette e favorirà quelle di istituzioni culturali e scolastiche, associazioni, gruppi di volontariato e di cooperazione internazionale”.

La realtà di questo originalissimo bacino di legalità irenica deve essere fatto valere come formidabile risorsa di potere politico da spendere in sede mondiale ed europea.

In conclusione, occorre che chi governa l’Italia, culla dell’umanesimo e del rinascimento, parte sostanziosa del patrimonio dell’umanità, ricca di volontariato e di governi locali statutariamente impegnati per lo sviluppo di una cultura di pace e diritti umani, trovi il coraggio di rendere nota a tutti la scelta di usare il soft power di attore civile nel sistema internazionale e nell’Unione Europea per l’effettività del nuovo diritto internazionale, appellandosi in sinossi all’articolo 11 della Costituzione repubblicana, alla Carta delle Nazioni Unite e all’articolo 28 della Dichiarazione universale dei diritti umani.

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1 Comment

  1. L’IMPEGNO PER UN MONDO DEL DIRITTO: LA COSCIENZA PLANETARIA DELLA NONVIOLENZA
    Neutralità attiva? Il concetto ha delle implicazioni positive, se viene contrapposto allo schieramentismo nel “gioco della potenza”. L’adozione ne è infatti spiegabile quando si ragiona in termini di identità particolaristiche: facciamo gli interessi degli americani, dei russi, degli italiani, etc. in quanto sono il “popolo” a cui ci sentiamo di appartenere, ed alla cui “causa” siamo votati “sopra tutto”.
    Fare come la Svizzera è meglio che niente, ma non basta. Gli uomini e le donne della “coscienza planetaria” non possono dichiararsi “neutrali” di fronte alle minacce globali che gravano sulla sopravvivenza della specie! E soprattutto nel tempo in cui mobilitazioni generali della società civile e degli Stati stanno conseguendo risultati storici per neutralizzarle!

    di Alfonso Navarra
    Neutralità attiva? Che significato politico avrebbe in concreto, questo “orientamento strategico”, è la domanda che rivolgerei ai suoi sostenitori odierni? Dobbiamo, innanzitutto, fare uscire l’Italia dalla NATO, secondo una parola d’ordine che sentiamo ripetere da circa 60 anni a rivendicare “la sovranità umiliata dagli USA”? Oppure l’obiettivo è per l’Europa, che dovrebbe sciogliere la l’Alleanza Atlantica in quanto anacronistica ed incompatibile con un diritto internazionale logicamente conseguente?
    Pur propendendo personalmente per la seconda soluzione, sarebbe più adeguato, a mio parere, rispetto “alla complessità della sfida che ci troviamo a dover affrontare”, parlare di “coscienza planetaria proattiva”.
    Quella che si riassume nello slogan: “Prima l’Umanità, prima le persone”. Ed intendendo l’umanità non quella “maschia” che vuole dominare la Natura, ma quella plurale, ricca di tutte le differenze, che si sente un prodotto del flusso della Vita. L’Umanità che non possiede la Terra, ma che appartiene ad essa, e quindi la custodisce come una Madre amata…
    Noi non dobbiamo barcamenarci nel mondo secondo un motto che sarebbe piaciuto a Don Abbondio: “amici di tutti, nemici di nessuno”; ma proporci, pensando globalmente, organizzandoci internazionalmente, ed agendo localmente, di cambiarlo con tutte le nostre energie affinché, come recentemente ha ricordato Papa Francesco, sia modellato sulla forza del diritto e non sul diritto della forza (armata).
    La nostra bussola è chiara ed è indicata dalla Costituzione italiana: non dobbiamo semplicemente difendere “con coerenza, radicalità e trasparenza” gli interessi del nostro popolo, della nostra comunità nazionale. Dobbiamo credere in un “ordine internazionale fondato sulla pace e la giustizia tra le Nazioni” accettando a questo fine le limitazioni della sovranità nazionale necessarie.
    La sovranità statale non è un assoluto, trova un suo limite nei diritti delle persone, dei popoli e dell’Umanità.
    La neutralità attiva era un concetto ristretto ma dirompente all’epoca della Guerra Fredda, ed è stato propugnato dai fondatori dei movimenti nonviolenti DI CUI FACCIO PARTE, in cui ANCORA OGGI lotto ed insieme costruisco alternativa.
    Ma adesso quel mondo non esiste più! Il BIPOLARISMO DI DUE SUPERPOTENZE ECONOMICO-MILITARI E’ STATO SUPERATO : abbiamo una unica superpotenza militare che sta per essere sorpassata, in forza economica, da un gigante demografico senza precedenti, nella spirale dell’1% parassitario (NON SOLO AMERICANO, L’ELITE E’ COSMOPOLITA) che ha organizzato un meccanismo che già assorbe la maggior parte della ricchezza creata dall’interazione tra lavoro vivo e Natura.
    Il concetto di neutralità attiva, IN QUESTA SITUAZIONE CONFUSA, MALSANA ED IN VIA DI ULTERIORI EVOLUZIONI NEGATIVE, possiamo consideralo ancora la chiave di volta per un ribaltamento radicale delle logiche di un mondo che corre verso il precipizio dell’autodistruzione?
    Abbiamo tre bombe globali che minacciano la sopravvivenza dell’Umanità, quella della deterrenza nucleare (espressione suprema del militarismo), quella ecologica (micidiale con il riscaldamento globale), quella della disuguaglianza creata dalla finanziarizzazione; e noi dobbiamo presentarci – ritengo – non come quelli che sventolano la bandiera, oggi equivoca, della “neutralità” ma come gli “schierati” ATTIVAMENTE dalla parte di TUTTI, come quelli che organizzano attivamente la RISPOSTA GENERALE per disinnescarle, mettendo in secondo piano tutte le questioni secondarie che oggi invece reclamano sistematicamente la precedenza.
    Noi non siamo “neutrali” rispetto alla VITA, DEGLI UOMINI E DELLA NATURA, che oggi è minacciata ed aggredita.
    Noi siamo invece “impegnati” a difenderla con tutte le nostre forze a partire da ciò che già unisce la comunità internazionale, degli Stati e della società civile, riassumibile, in Europa, nei nomi di tre città: Ginevra, Parigi e Barcellona.
    A Ginevra abbiamo avuto la svolta storica degli Stati non nucleari che, rompendo la gabbia del TNP, stanno CORAGGIOSAMENTE procedendo verso la proibizione legale della più terribile e insensata delle armi di distruzione di massa. Il trattato per la proibizione delle armi atomiche, che – adesso ne abbiamo posto le premesse – porteremo a casa in pochi anni, sarà seguito dall’inizio di negoziati per la loro eliminazione: si discuterà come togliere effettivamente di mezzo armi che il diritto internazionale ha già bollato come criminali, la differenza non è da poco.
    Ed è in questo quadro di mobilitazione reale sul punto di ottenere risultati straordinari che va inserita la denuclearizzazione locale dell’Italia, dell’Europa, del Mediterraneo e del Medio Oriente: non ha più senso politico, nell’anno di grazia 2016, ancorarla, come decenni fa, all’attuazione del TNP!
    Parigi ha fissato il principio che il sistema energetico fossile va abbandonato: dobbiamo fare sì che ai documenti seguano atti coerenti e tempestivi per la conversione energetica ed ecologica, a partire dal 100% rinnovabili, facendo saltare la pretesa contraddittoria che il nostro “sviluppo”, la nostra “crescita” dell’accumulazione monetaria priva di controlli sulle forze distruttive tecnologiche ed industriali possa conciliarsi con tale obiettivo.
    Non possiamo più separare la pace dall’impegno ecologico ed anche su questo punto l’attuale Papa va sostenendo – diciamo ad alta voce e con amplissima diffusione – quello che i nonviolenti più avveduti predicavano da tempo nel deserto.
    Barcellona, cioé il partenariato euromediterraneo che oggi si intreccia con l’Unione per il Mediterraneo, significa infine indicare la cooperazione in un mercato comune su basi paritarie come il veicolo per raggiungere gli obiettivi di ecosviluppo generale, una prosperità nel rispetto della diversità delle culture e nel rispetto della Natura.
    Questo è forse il segreto della pace: dirottare le energie dalla competizione distruttiva al lavorare insieme su obiettivi comuni che migliorino le condizioni di tutti.
    Ed è questo metodo cooperativo che deve diventare anche la base per la risposta efficace alle ingiustizie e alle violenze: la difesa nonviolenta che è forza dell’unione popolare animata non dalla paura dell’altro, ma dalla fiducia che insieme si possono costruire benessere, giustizia e libertà.

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