L’esperienza del movimento dei paesi non-allineati

calchi-novati

Le vicende storiche che si sono succedute dopo la fine del bipolarismo Est-Ovest, che di per sé giustificava la qualificazione di “terzo” attribuita ai popoli e alle nazioni fuori dei blocchi, hanno immerso il Terzo mondo in una specie di limbo concettuale. Di certo, il neutralismo che aveva caratterizzato a lungo – almeno nominalmente – la loro posizione sulla scena della politica internazionale si è dissolto nel nulla.

Il sistema mondiale così come si è affermato dopo la Seconda guerra mondiale non prevedeva un posto per il Terzo mondo, che del resto non esisteva in quanto tale perché i paesi dell’Asia e dell’Africa erano in grande maggioranza possedimenti senza autorità delle potenze europee. Il colonialismo europeo in Asia e Africa aveva abolito i tratti culturali dei popoli colonizzati prescindendo dal loro passato. Privati di tutti i diritti, i popoli colonizzati sono vinti perché inferiori e inferiori perché vinti. I popoli coloniali, se mai ne hanno fatto parte, erano usciti dalla storia.

Nel pensiero di Auguste Comte, l’occidentalità – un patrimonio composito in cui figurano categorie come il Bello e la Grecia, il Cristianesimo, i Diritti dell’uomo e il 1789 – è l’ultimo traguardo della civiltà umana. Pur separando l’ideologia coloniale dal razzismo, Albert Memmi stima che entrambi riposano sul postulato della superiorità dell’uomo bianco. Viene confermato nuovamente il carattere utopico o ipocrita del programma di civilizzazione attraverso il colonialismo. Il neo-wilsonismo della Carta atlantica – il documento che avrebbe dovuto costituire l’indirizzo ideologico del campo in guerra contro il fascismo internazione – nascondeva un velato razzismo e sottintendeva che le colonie non erano ancora pronte per la sovranità.

La rivelazione della nuova realtà che sarebbe malgrado tuttoi emersa in Asia e Africa è venuta dai fatti: Dien Bien Phu e l’Algeria nel 1954, Suez nel 1956, l’“anno dell’Africa” nel 1960 e in termini collettivi la Conferenza di Bandung nel 1955.

Davanti all’emergere  delle istanze inedite e per certi versi imbarazzanti dei popoli coloniali, la cultura europea si divise. È scontata la differenza di approccio fra sinistra e destra impersonate rispettivamente da Sartre, marxista o marxisteggiante, schierato risolutamente dalla parte degli oppressi, e da Raymond Aron, campione del pensiero lib-lab, moderato, solidale con tutto il percorso storico dell’Occidente. Quel contrasto non faceva che riprodurre la dialettica convenzionale fra sinistra e destra. Oggi il “pensiero unico” ritiene di sapere chi ha visto giusto fra Sartre e Aron. Molto più tormentoso fu lo scontro che si aprì fra lo stesso Sartre e Camus. Lo spunto fu fornito dalla pubblicazione de L’homme révolté, recensito con toni sprezzanti su “Les Temps Modernes” da Francis Jeanson, direttore e discepolo fedele dello stesso Sartre. Il vulnus era la guerra in Algeria. Sartre e Camus, da bravi “fratelli separati”, non si risparmiarono nulla. L’accusa bruciante rivolta da Sartre e dalla sua rivista era che Camus voleva “farla finita con la storia”. C’è una vaga specularità con il ragionamento di Francis Fukuyama, che, alla fine della guerra fredda, volle sancire la ritrovata unità del mondo sotto l’egemonia dell’Occidente liberal-democratico e del capitalismo proclamando appunto “la fine della storia” in quanto si era arrivati al punto finale della dialettica che aveva scandito il procedere della collettività.

L’oggetto da esorcizzare negli anni ’50 come nel Duemila è il “diverso”, che l’Occidente non capisce e teme. È in gioco una storia – si tratti dei paesi colonizzati o dell’Urss – fuori dell’egemonia dell’Europa mettendo in soggezione quell’Occidente che era convinto di essere da sempre e di diritto l’unico facitore di storia. Quasi a confermare che si tratta di una realtà e non di un’astrazione, i problemi del Terzo mondo si sono imposti all’attenzione generale ben prima che prendesse una forma compiuta. Con le parole di Jean Daniel, “si è cominciato a discutere seriamente dei diritti delle vittime solo da quando queste ultime dispongono di mezzi temibili per punire i loro carnefici”.

La resistenza contro il fascismo e il nazismo voleva rinnovare la storia dell’Europa e dell’Occidente dopo i totalitarismi. La decolonizzazione voleva creare una nuova storia con protagonista la non-Europa o l’anti-Europa. Questo obiettivo si è rivelato ostico da capire e sopportare per la cultura europea. Il vaso sarà colmo proprio con la rivolta dell’Algeria, il possedimento tanto amato dalla Francia e dai francesi, considerato parte integrante della madrepatria. Anche sull’Algeria, in fondo, la pietra dello scandalo era rappresentata dalla storia. Il delirio storicistico giustifica tutto, anche la violenza, se serve al “progresso”.

Il rapporto con l’Europa, e il marchio del colonialismo, ha dato al mondo afro-asiatico un senso di unità, convergenza e solidarietà, nonostante le molte e profonde differenze di civiltà e storia ravvisabili all’interno del Terzo mondo: la nazione araba, gli Orienti e l’Asia, l’Africa e a tratti (da Fidel Castro a Chavez) perfino l’America latina.  I popoli colonizzati rivendicano il diritto a occupare e riabilitare lo spazio riservato dall’imperialismo alla subordinazione con una rinnovata consapevolezza di sé e la cancellazione di ogni presupposto di inferiorità. Tutti i teorici del terzomondismo, da Frantz Fanon in poi, rifiutano l’idea – perseguita ancora oggi non solo da Sarkozy o Cameron ma anche da Hollande e persino da Obama – che tocchi al mondo occidentale di risolvere i problemi dei paesi colonizzati o ex-colonizzati rifiutandosi di ammettere che le loro difficoltà risalgono proprio al modo con il quale è stata esercitata la dominazione coloniale o l’interfenza neo-coloniale.

Secondo Hobsbawm, la decolonizzazione è stata uno dei grandi movimenti del Novecento. La decolonizzazione è l’ascesa di una specie di proletariato su scala mondiale: è una rivoluzione ma essa è guidata da gruppi dirigenti che, con poche eccezioni, rappresentano il ceto medio che aspira a essere riconosciuto dall’Occidente. Chesneaux, storico dell’Asia orientale,  ha scritto che l’aver accettato lo spazio “nazionale” già assunto dalla borghesia per soddisfare i suoi interessi ha finito per rinchiudere i paesi di nuova indipendenza in un contesto che non poteva che perpetuare la dipendenza. La dialettica che nel contesto della guerra fredda è assicurata dal bipolarismo Est-Ovest passa a sua volta per l’Europa, avvalendosi della variante rappresentata dall’eresia  impersonata dall’Unione Sovietica. In ultima analisi, l’anti-colonialismo è stato la negazione del colonialismo, ma il processo di autodeterminazione è avvenuto dentro un sistema organizzato dall’Europa per garantire l’egemonia dell’Europa. Come scrive Edward Said, la tragedia dell’opposizione anti-coloniale è “che essa debba lavorare, almeno fino ad un certo punto, per recuperare forme già stabilite, o quanto meno influenzate o infiltrate dalla cultura dell’impero”.

L’ideologia che ha ispirato la decolonizzazione è il nazionalismo. I popoli colonizzati cercano una legittimazione nella propria storia e nella propria cultura, ma all’interno di un contesto che sconta una certa dose di universalismo. Da qui la fiducia di cui agli inizi godeva l’Onu. La decolonizzazione ha realizzato una prima internazionalizzazione includendo formalmente alla pari i paesi della Periferia. Fino ad allora essi non erano stati neppure soggetti di diritto.

La Conferenza di Bandung dell’aprile 1955 fu l’annuncio di un mondo nascente, autonomo e auto-sufficiente. Era rivolta a un futuro di cui nessuno poteva conoscere tutti i risvolti, ma si pose davanti alle scadenze della politica e dell’economia con realismo. L’afro-asiatismo di Bandung non era ancora neutralismo nonostante l’impegno con cui Sukarno e Nehru disquisirono sulla necessità che i paesi di nuova indipendenza si astenessero dal coinvolgimento nei due campi della guerra fredda.

Il riordinamento post-bellico si reggeva su due poli, Est e Ovest, relegando in una posizione “grigia” i paesi ex-coloniali, anche se i bilanciamenti della guerra fredda in qualche modo li proteggevano. Oltre che un’emancipazione dal basso, la decolonizzazione è stata una riorganizzazione condotta dall’alto per adattare i rapporti politici ed economici alla fine del colonialismo creando una rete istituzionale in grado di accogliere e controllare i nuovi arrivati sulla scena internazionale.

Un anno dopo Bandung, la crisi di Suez ha chiuso a tutti gli effetti l’era dell’imperialismo e del colonialismo inaugurata non per niente, convenzionalmente, dall’apertura del Canale nel 1869. La dimensione Nord-Sud prendeva il sopravvento sulla stessa componente Est-Ovest. Il presidente Gamal Abdel Nasser – appena tornato dal vertice di Brioni con Tito e Nehru (che viene considerato il primo atto della storia del neutralismo o non-allineamento) – poté speculare sul binomio Est-Ovest anche perché in quella circostanza si aprì un diddio Ovest-Ovest fra gli anglo-francesi con la complicità di Israele da una parte e gli Stati Uniti dall’altra. La competizione fra le grandi potenze apriva in teoria delle opportunità in più ai paesi del Terzo mondo. Ma l’incombenza della grande politica in tutte le vicende del Terzo mondo era anche un’ipoteca, una conferma del carattere “derivato” degli stessi diritti dei popoli colonizzati.

Per il Pandit Nehru, il conflitto Est-Ovest è una realtà immanente, necessaria, che si può esorcizzare solo attraverso un neutralismo inteso come un assoluto, che diventa così l’anima del Terzo mondo: non una politica a termine per raggiungere risultati contingenti (come in fondo era nella concezione dell’Egitto di Nasser). I postulati del neutralismo a cui si aggiunge il termine “attivo” sono perenni, non transeunti. In forme diverse fanno paura anche alla globalizzazione post-guerra fredda, che di fatto non tutela fino in fondo la sovranità dei paesi ex-coloniali, che di per sé sarebbe il risultato  non controverso della decolonizzazione.

Figlio di Bandung e dell’afro-asiatismo, il non-allineamento ha sempre oscillato fra l’equidistanza da entrambi i poli, messi su uno stesso piano, e l’alleanza organica con Urss e Cina nel nome del comune impegno contro l’imperialismo, il colonialismo e il neo-colonialismo. Il massimo di equidistanza si ebbe proprio all’esordio del movimento, con la prima Conferenza nella capitale jugoslava del settembre 1961, sotto l’ispirazione e la direzione di Tito, che aveva al suo attivo l’exploit di essere uscito dal campo socialista senza aderire al blocco occidentale. Nel 1979, all’Avana, quando il non-allineamento era vicino all’epilogo, Fidel Castro credette di aver acquisito definitivamente il movimento al rapporto privilegiato con l’Urss ma Tito, in quella che doveva essere la sua ultima apparizione sulla scena del non- allineamento e del mondo, ritornò con la solita pervicacia sull’obbligo dell’equidistanza. Nel 1973 ad Algeri era stato un giovanissimo Gheddafi a teorizzare l’equidistanza in polemica con Fidel Castro.

I non-allineati si trovarono di fronte a una distensione che non era il contrario della guerra fredda anche se ne diluiva i contrasti nel disgelo fra Usa e Urss. Alla Conferenza di Algeri, il presidente algerino Boumediène aveva evocato con preoccupazione gli effetti collaterali delle intese di vertice fra Usa e Urss a danno del Terzo mondo, in cui si scaricavano appunto le tensioni irrisolte della confrontazione globale.

I blocchi dimostrarono di saper ingoiare tutto, anche il boom dei prezzi del petrolio seguito alla guerra del Kippur nell’ottobre di quello stesso 1973. Pochi giorni prima, l’esperimento socialista di Salvador Allende in Cile era stato brutalmente soffocato dal golpe di Pinochet su istigazione degli Stati Uniti e delle multinazionali. Il Terzo mondo era più che mai la riserva del conflitto che scendeva dall’alto e si prolungava nei teatri locali.

Lo spirito con cui venivano condotte le conquiste  militari in colonia o le repressioni dei movimenti anti-coloniali è molto simile all’ideologia  neo-imperiale nell’era della globalizzazione. La premessa che non si discute è che solo con gli apporti dell’Europa i paesi arabi, africani e asiatici possono far registrare un salto di qualità. In uno dei suoi poemi Arthur Rimbaud ingiungeva a Abdel Kader, eroe della resistenza algerina contro la Francia negli anni ’30 e ’40 del  XIX secolo, di inchinarsi di fronte alla magnificenza della  civiltà francese. Visitando Hanoi nel 1947, in rovine sotto le bombe dell’aviazione francese impegnata contro la rivolta nazional-comunista capeggiata da Ho Chi Minh, Marius Moutet, un ministro socialista della IV Repubblica, descrive “popolazioni sollevate e felici di ritrovare finalmente la pace e l’ordine francese”. Visti sugli schermi della Cnn, gli iracheni che salutano l’ingresso a Baghdad dei carri armati con le stelle e strisce confermano agli occhi degli americani del Duemila che gli Stati Uniti spargono la libertà e la democrazia nel mondo. Le dinamiche e le lotte interne spariscono davanti al riscatto esportato dall’America. A confronto, incomprensibile è se mai lo scoppio di violenza della plebe somala che si accanisce sui corpi dei marines uccisi e trascinati per le strade di Mogadiscio nei giorni dell’Operazione Restore Hope descritto nel film Black Hawk Down di Ridley Scott.

Gli assetti post-Jalta non contemplavano i bisogni del Terzo mondo, ancora al di qua della decolonizzazione. Le conferenze fra i tre Grandi si limitavano a mettere in conto la fine dell’epoca coloniale. Nel passaggio da Roosevelt a Truman gli Stati Uniti avrebbero anteposto la guerra fredda all’anti-colonialismo. Le istituzioni finanziarie di Bretton Woods furono ideate su misura per il mondo sviluppato. Il Gatt trattava i paesi in via di sviluppo solo come mercati da aprire ai beni e ai capitali provenienti dall’Occidente. La Banca mondiale cominciò ad occuparsi dei paesi del Terzo mondo solo dopo il Piano Marshall creando un’apposita struttura (l’International Development Fund). Negli anni ’60, l’Unctad si misurò con lo “scambio ineguale” fra Nord e Sud per raddrizzare le storture più gravi. Ma fu soprattutto l’impennata nei prezzi del petrolio dopo il Kippur a cambiare le regole del gioco scritte ai tempi del colonialismo portando di colpo in primo piano le rivendicazioni dei paesi produttori di energia e materie prime. Appartiene a questa stagione – in cui per la prima (e ultima) volta si cercò di creare una gestione congiunta del sistema mondiale – la Carta dei diritti e dei doveri degli Stati approvata dall’Assemblea  generale dell’Onu nel 1974 su sollecitazione del cosiddetto Gruppo dei 77 costituito per coordinare l’azione dei paesi in via di sviluppo e dei non-allineati sulla spinta della Conferenza di Algeri del 1973. La risoluzione sull’istituzione di un Nuovo ordine economico internazionale (Noei) adottata dall’Onu nel 1974 parla di un ordine “basato sull’equità, l’eguaglianza sovrana, l’interdipendenza, il comune interesse e la cooperazione fra tutti gli Stati indipendentemente dai loro sistemi economici e sociali che correggerà le ineguaglianze e raddrizzerà le ingiustizie esistenti, rendendo possibile l’eliminazione dei divari crescenti fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo”. Fu il momento più alto della proposta del Terzo mondo attraverso il non-allineamento.

Tuttavia, anche i paesi del Sud che si richiamavano al socialismo, reso più o meno congeniale alle condizioni delle società dei paesi sottosviluppati, partecipavano di fatto al sistema capitalista mondiale. Il processo di cambio nei paesi in via di sviluppo era tutt’altro che indipendente dal potere del Centro. La novità era la ricerca di un accordo condiviso sulle condizioni della partecipazione all’economia mondiale, sulle ragioni di scambio, sul funzionamento degli organismi internazionali. Quella prospettiva riformistica incontrò adesioni e rinforzi anche nei settori del mondo sviluppato, soprattutto nella componente socialista o social-democratica, che avevano a cuore l’interdipendenza giudicando la cooperazione come uno sviluppo simultaneo di tutti e che si sforzavano di scongiurare crisi destinate ad avere contraccolpi disastrosi per tutti.

Si può ricordare in proposito la Commissione Brandt, a composizione mista, il cui rapporto pubblicato nel 1980 fu un punto di riferimento bipartisan per il Nord come per il Sud ma senza incidere nei rapporti di forza reali. Già la Conferenza Nord-Sud di Cancun (ottobre 1981), che fu lo sbocco diplomatico dell’azione della Commissione presieduta dall’ex-cancelliere tedesco, fallì sotto l’urto dell’offensiva dei paesi occidentali galvanizzati dalle sicurezze trasfuse dalle due amministrazioni iperconservatrici arrivate al potere a Washington con Ronald Reagan e a e Londra con Margaret Thatcher. Annullata o dimenticata Bandung, il rintocco della campana chiamava alla controrivoluzione.

A distanza di tempo ci si può chiedere perché quelle analisi e prescrizioni furono sostanzialmente abbandonate dai governi e dalle forze politiche dell’Occidente, che allora, almeno formalmente, le raccolsero. Il Terzo mondo si dimostrò a sua volta impari alla complessità di quella riforma non riuscendo a conciliare la “stangata” del petrolio con le condizioni dei paesi non-produttori del Terzo mondo. Samir Amin parla di “ricompradorizzazione” della borghesia nazionale, vanificando gli sforzi per raggiungere, dopo l’indipendenza politica, l’indipendenza economica. Anche la Cina del dopo-Deng e del boom ha rivalutato una sorta di borghesia nazionale che il Partito comunista guida in modo autoritario. Per altri versi, tuttavia, nell’eccezionale sviluppo economico di paesi come la Cina e l’India, o nel protagonismo sul piano mondiale di Brasile e Sud Africa, con quel poco o tanto di influenza del Sud in fatto di redistribuzione che ne può derivare per tutti i paesi dell’ex-Terzo mondo, si può trovare un’eco dei propositi di riscatto impliciti nelle forme di coordinamento Sud-Sud che hanno dato vita all’afro-asiatismo e al non-allineamento.

Allo svuotamento di quella effimera collaborazione su scala mondiale tennero dietro l’esplosione del debito, quando si invertì la tendenza dei prezzi del petrolio, e la proliferazione dei conflitti locali, coinvolgendo soprattutto i paesi a mezza strada per approdare al cerchio più prossimo al centro del sistema (l’America latina, l’Iran, l’Iraq, il Nord Africa).

Il varo del Nuovo ordine mondiale da parte di Bush senior all’inizio degli anni Novanta, basato di fatto sull’egemonia degli Stati Uniti e più in grande del mondo occidentale e del capitalismo realizzato, ha colto i paesi del Sud in una fase di riassestamento e sostanzialmente di crisi, anche di identità. Il Terzo mondo era stato il campo di battaglia della confrontazione globale Est-Ovest. Il bipolarismo era apparso in decadenza sia nella rivoluzione di Khomeini, in un paese del Sud sui generis come l’Iran, che pur identificando negli Stati Uniti il nemico dichiarato non mostrò nessuna condiscendenza per il socialismo, il marxismo o l’Urss e sia nella successiva guerra fra Iraq e Iran, che si combatté senza riferimenti precisi e univoci alle due superpotenze. Nelle nuove condizioni, il Terzo mondo si presentava come il terreno virtuale dell’espansione senza più ostacoli o contrappesi della superpotenza americana e del capitale. L’Occidente puntava ad libero accesso alle risorse economiche e strategiche dei Pvs che si sapeva instabili e che per ciò stesso dovevano essere tenuti sotto controllo. Una fattispecie, a ben vedere non tanto diversa da quella che nella seconda metà de’l’Ottocento determinò il rush verso la spartizione dell’Africa e dell’Asia meridionale.

La rivalsa di una certa idea e prassi del colonialismo non poteva non inficiare i risultati della decolonizzazione nel frattempo intervenuta e certificata. Della decolonizzazione, se mai, si cerca subdolamente di recuperare il principio di autodeterminazione per applicarlo a istanze di comunità rimaste senza Stato con lo scopo di “decostruire” gli Stati invece di crearli o consolidarli. Questa ondata di Stati fragili o falliti, o di quasi Stati (una categoria introdotta in dottrina da un libro di Robert Jackson), è più simile a un’operazione di “empire-building” che di liberazione. Il fondamentalismo islamico si è diffuso anche perché la decolonizzazione aveva mancato gli obiettivi attesi. L’Onu – considerata da sempre lo scudo naturale dei non-allineati – non è riuscita a inserirsi nella crisi generale con un minimo di neutralità e credibilità.

L’intreccio fra colonialismo e decolonizzazione o fra politica di potenza e neutralismo illustra bene il fenomeno di interazione e ibridazione che connota la realtà contemporanea a dispetto sia degli identitarismi senza sbocco sia dello pseudo-universalismo che si esaurisce nell’esperienza dell’Occidente liberal-democratico. L’emigrazione di massa dal Sud al Nord ha portato la Periferia del mondo nelle città del Centro, sovvertendo le vecchie nozioni di tempo e di spazio. Come anticipato da Fukuyama, la dimensione storica sfuma negli studi culturali, nell’etno-politica, nell’antropologia o nelle questioni di genere (il velo), facilitando paradossalmente il compito del neo-impero, che dal canto suo pratica la geopolitica nei suoi aspetti materiali  e di potenza. La guerra – asimmetrica per definizione – non è più necessariamente collegata a un territorio specifico e delimitato. Si espande in uno spazio indeterminato  fatto coincidere con la zona di pertinenza del “terrorismo”.

Il Terzo mondo, punto di scontro fra tutte le tensioni, è ancora alle prese con i problemi dello sviluppo e della democrazia.  L’inclusione dei paesi in transizione nel sistema globale avviene sempre più spesso con la guerra. Si fa fatica a identificare i gruppi sociali che possano svolgere la funzione dei collaboratori  (al pari dei collaborators che secondo le analisi di Robinson e Cooper sono stati decisivi per il funzionamento del colonialismo).  Invece di essere il “campo della pace” che separa i blocchi, come prevedeva o auspicava la concezione neutralista e coesistenziale di Nehru, il mondo afro-asiatico si presenta a tutti gli effetti come il “campo della guerra”.

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