Il dibattito sul neutralismo nel movimento antimilitarista e socialista prima della Grande Guerra.

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 Pace e guerra

E’ senso comune associare il no alla guerra e l’impegno per la pace alla sinistra politica e sociale.

Nel corso dell’ottocento, però, sia la sinistra nata sul solco della tradizione rivoluzionaria francese, sia quella socialista al suo sorgere non hanno questo tema come centrale; nel crogiolo del 1848 Marx ed Engels vedono come necessaria la formazione degli stati nazionali e la Russia come avversaria principale di ogni forma di emancipazione, nel 1870 la guerra della Germania è giusta per il consolidamento di una nazione che sarà fattore della dinamica rivoluzionaria.

La pace diventa tema del movimento operaio negli ultimi tre decenni del secolo. E’ garanzia per la crescita del proletariato, lavora per la sua liberazione. Ad essa occorre tutto subordinare, come scrive Engels a Bernstein nel 1882.

Nei congressi della Prima Internazionale di Losanna (1867) e di Bruxelles (1868), per la prima volta, anche se  con grandi differenze teoriche, si attribuiscono le cause della guerra a motivi sociali, al pauperismo e alla mancanza di equilibrio economico. Non basta opporsi agli eserciti, ma occorre  modificare l’organizzazione sociale e pervenire ad una più equa suddivisione della produzione.

Nel luglio del 1870, davanti al conflitto tra i loro paesi, lavoratori tedeschi e francesi si scambiano messaggi di pace. L’AIL è letta come base per una nuova società, diversa dagli Stati che sono fondati sulle miserie economiche e sul delirio della politica. A settembre, il Consiglio generale dell’AIL si esprime contro l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania. A novembre, in Germania, i parlamentari socialisti non votano le nuove spese militari chieste da Bismarck e vengono arrestati per tradimento, assurgendo, a livello internazionale, al ruolo di martiri.

La stessa data del primo maggio diviene, al congresso di fondazione della Seconda Internazionale (Parigi, 1889), su indicazione di Kautsky, manifestazione annuale sulle grandi questioni sociali, in particolare per la giornata lavorativa di otto ore, ma ancor più sulla pace, segno di internazionalismo. Il congresso della Seconda Internazionale a Bruxelles (1891) è presieduto, nella seduta inaugurale, dal francese Edouard Vaillant e dal tedesco Singer e si chiude con una mozione che definisce il partito socialista internazionale come il solo partito della pace.

Il tema dell’opposizione alla guerra e l’attenzione alle tensioni internazionali tornano, con insistenza, nei congressi successivi: Zurigo (1893), Londra (1896), con dibattito sulla politica coloniale, Parigi (1901) con forte attenzione all’antimilitarismo, Amsterdam (1904), ancora con differente approccio alla questione coloniale.

Questa è causa di diverse valutazioni e polemiche. Le organizzazioni politiche operaie debbono accelerare o combattere lo sviluppo colonialista? Un civiltà “superiore” può dominare e spingere verso un livello più avanzato una “inferiore”? Le realtà indiana ed egiziana (insurrezione di forze nazionaliste e bombardamento inglese del porto di Alessandria, nel 1882, con conseguente espansione nel paese africano[1]) vedono un confronto tra Engels e Kautsky sul tema dello sviluppo verso il socialismo di aree dominate da forme precapitalistiche di produzione.[2] Si intrecciano, nel dibattito, valutazioni circa la possibilità di dare lavoro nelle terre colonizzate alla sovrappopolazione relativa, la crescita del divario tra ricchi e poveri con il progressivo immiserimento di questi, la caratteristica arretrata del colonialismo tedesco, espressione della piccola borghesia, la convinzione del legame tra colonialismo e crisi generale, da sovrapproduzione, del capitalismo, secondo una ipotesi sottoconsumistica che tanto peso (soprattutto in Rosa Luxemburg) avrà nel dibattito.

In questo quadro, secondo Engels, la Cina resta l’ultima valvola di sicurezza della produzione e l’instaurazione di rapporti capitalistici in questo grande paese accelererà la rivoluzione proletaria. Al congresso di  Amsterdam   non mancano le valutazioni sul colonialismo fattore oggettivo di progresso. Secondo Bernstein può essere agente di avanzamento dei popoli indigeni, ancora nella loro infanzia

I trenta e più anni di pace vissuti in Europa, dopo la guerra franco – prussiana, sembrano permettere la crescita delle organizzazioni della classe operaia, molte conquiste sociali, in prospettiva (per alcuni a breve termine) la vittoria della rivoluzione. Se l’ottocento è stato il secolo della borghesia, il novecento non potrà non essere il secolo del proletariato. La visione fatalistica (positivistica) della storia si accompagna e si scontra con crescenti preoccupazioni per il quadro internazionale.

Nel 1882 Germania, Austria ed Italia siglano la Triplice alleanza; nel 1890 viene stipulata l’alleanza franco – russa, tesa oggettivamente a stringere la Germania in una morsa. Non mancano, ma non sono certamente maggioritarie, le critiche in Francia per l’alleanza con un paese autocratico.

Nel 1898, a Fashoda, in Sudan, Francia e Gran Bretagna rischiano lo scontro. Sono antagonistici gli interessi che muovono le due maggiori potenze coloniali: la prima nella sua direttrice est – ovest, la seconda in quella nord – sud del continente africano, totalmente dominato dai potenze europee (oltre alle maggiori, Portogallo, Belgio, Spagna, ultime arrivate Italia e Germania). E’ del 1899 l’inizio della guerra anglo – boera in Sudafrica; nel 1900 scoppia in Cina la guerra dei boxers, con intervento di tutte le potenze occidentali. Nell’America centrale gli USA si sostituiscono alla Spagna (guerra di Cuba), si accumulano le tensioni nei Balcani davanti alla crisi irreversibile dell’impero ottomano e alle contrastanti spinte di Russia ed Austria, nel Marocco si scontrano le ambizioni di Francia, Spagna e Germania (prima crisi nel 1905). La guerra russo – giapponese mette in luce le carenze politico – militari dell’impero zarista, ma anche l’emergere, ad est, di una nuova potenza. La Germania di Guglielmo 2° accentua, nella sua crescita economica, le tendenze militariste, con forte crescita della spesa militare, costruzione di una flotta capace di rivaleggiare con quella inglese e progressivi tentativi di espansione coloniale. La Francia porta la ferma obbligatoria da due a tre anni. Netta l’opposizione dei socialisti che organizzano una grande campagna di massa.

Col mettere a nudo la funzione degli antagonismi economici nelle minacce che pesavano sulla pace, l’Internazionale si definiva come la sola organizzazione capace di sradicare la fitta boscaglia della guerra, e orientando verso il militarismo interno la combattività dei proletari di ogni paese, prendeva atto del processo di nazionalizzazione del movimento che essa finiva col rafforzare rifiutando di prevedere un’azione coordinata in caso di guerra.[3]

Questa opzione, nonostante opposizioni interne, soprattutto tese alla proclamazione dello sciopero generale davanti alle minacce di conflitto, diventa largamente maggioritaria ed operativa. Non mancano le proposte contro l’esercito permanente, da sostituirsi con il popolo in armi, nel ricordo della rivoluzione francese e delle posizioni blanquiste, per la denuncia dei trattati segreti e le proposte di un tribunale internazionale che regoli, per via di arbitrato, i conflitti internazionali.

E’ Rosa Luxemburg, in particolare a legare il militarismo interno alle tendenze espansionistiche esterne, a negare l’utilità degli arbitrati. Contro le politiche di guerra sono necessarie le agitazioni di massa, soprattutto dei giovani che del militarismo sono le prime vittime. Servono la formazione, l’educazione, l’organizzazione politica.

La socialdemocrazia tedesca è orientata, invece, in direzione opposta. Oltre alle posizioni “revisionistiche”, incidono fortemente la struttura del partito, gli interessi anche materiali di dirigenti e quadro intermedio, secondo lo schema analizzato da Michels (legge ferrea delle oligarchie, imborghesimento dei partiti operai, tendenza all’autoconservazione). Gli iscritti sono un milione, 100.000 sono i funzionari occupati negli uffici di rappresentanza giuridico – amministrativa, gli introiti ed i beni si sono moltiplicati nel giro di pochi anni;[4] novanta sono i suoi giornali che danno lavoro a 11.000 persone, 110 i parlamentari (34,8% dei voti nel 1912), 1200 i consiglieri nelle amministrazioni locali. Ancor maggiore è il peso del sindacato: tra il 1890 e il 1914 gli iscritti passano da 300.000 a 2.500.000 e il patrimonio da 425.000 a 88 milioni di marchi.

Le tendenze “ministerialiste” (partecipazione a governi “borghesi”) si moltiplicano. Se la prima presenza in un governo è stata quella di Millerand in Francia (1899), la socialdemocrazia tedesca abbandona ogni propaganda anti imperialista ed arriva ad accettare le spese militari purché siano finanziate dalla tassazione  diretta e compensate da alcune riforme.

 

L’imperialismo

L’ingresso della potenza economica statunitense e la formazione dei trusts producono modificazioni che investono tutti i settori: l’economia, la politica, la società. Il cambiamento è radicale e rapidissimo e produce un netto irrigidimento culturale. Scrive Heinrich Cunow:

Al posto dell’esaltazione di un’era di pace commerciale si richiede un’espansione più energica; al posto della sdolcinata cura per la salvazione delle anime dei negri dell’Africa vi è la preoccupazione di giungere quanto prima alla divisione delle sfere di influenza in quel continente, al posto della dolce lirica sentimentale di un Tennyson, la poesia di caserma di Rudyard Kipling.[5]

Risente di questo nuovo clima il congresso di Stoccarda (1907) dell’Internazionale.

E’ comune la convinzione che la concorrenza economica fra Stati per il controllo del mercato mondiale sia la prima causa della possibile guerra, dal primo congresso (1889) che ha visto in essa il prodotto delle condizioni economiche a quello di Copenaghen (1910) che ribadirà che essa è causata soprattutto dalla concorrenza economica internazionale degli Stati capitalistici sul mercato mondiale.

E’ comune anche, in molte formulazioni, la convinzione che solamente la rivoluzione socialista metterà fine al pericolo di guerra e che la caduta del capitalismo significhi la pace universale. La borghesia, se scatenerà un conflitto, produrrà le condizioni per la propria sconfitta. Dice Bebel al Reichstag nel 1911:

Sono convinto che questa grande guerra mondiale (futura) sarà seguita da una rivoluzione mondiale. Raccoglierete quel che avete seminato. Si avvicina per il regime borghese il crepuscolo degli dei…[6]

A questa convinzione non si accompagna, però, la capacità di scelta politica conseguente.

A Stoccarda si delineano tre campi. I francesi (Jaurés, Vaillant, Hervè) propongono un impegno che usi tutti gli strumenti, dal parlamento alla piazza, all’eventuale sciopero generale. Tedeschi ed austriaci rifiutano di cogliere le novità della situazione internazionale e rifiutano una condanna generica della guerra che distinguono in offensiva e difensiva. La risposta al pericolo deve essere data dalla forza parlamentare.

Al contrario, la sinistra russa e polacca (Lenin, Martov, Luxemburg) insiste sull’insegnamento del grande movimento di massa nato in Russia dopo la sconfitta contro il Giappone. Una crisi bellica apre prospettive rivoluzionarie. Dice l’emendamento presentato (e votato all’unanimità):

Qualora la guerra scoppi, i socialisti hanno il dovere di intervenire per farla cessare prontamente e di utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e precipitare la caduta del capitalismo.

Molte le riserve verso il documento che la “destra” vota perché non accenna allo sciopero generale a cui si richiamano parti del socialismo francese (Hervé, Guesde). Rivendicazioni e conflitti nazionali avvengono nell’Europa occidentale e non in quella orientale, ancora segnata dal feudalesimo. L’intervento socialista non rischia di favorire un campo sull’altro? Quale rapporto fra proletariato e borghesie progressive? Il congresso successivo chiederà lo sciopero generale delle industrie che forniscono strumenti di guerra.

Nel 1909 Kautsky pubblica La via al potere che critica e Bebel e Jaurés, nega la concezione delle guerre difensive, ma legge ancora l’imperialismo nel tradizionale significato di politica espansiva e coloniale.

E’ Rudolf Hilferding, austromarxista, a compiere con Il capitale finanziario (1910) un passo ulteriore nella analisi. L’imperialismo non è fenomeno arcaico, ma l’ultima espressione dell’evoluzione del capitalismo. Capitale industriale e bancario, fondendosi, danno centralità all’esportazione di capitali. Il liberalismo è superato, nei fatti, dalla politica degli Stati.

Opposta l’analisi di Bernstein: interessi comuni del capitalismo e lo sviluppo di trusts internazionali si oppongono alla guerra; è l’abbozzo dell’ipotesi dell’ultraimperialismo che sarà sviluppata da Kautsky.

Di poco successivo (1912) è L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg, per la quale l’aporia di Marx è di avere analizzato un capitalismo puro (capitalisti/proletari) che prevede una possibilità illimitata di accumulazione di capitale. Questa, invece, non poggia su un sistema chiuso (capitalisti/salariati), ma su un sistema aperto, cioè su settori non capitalistici (contadini, artigiani) e sulle economie dei paesi poveri. L’equilibrio può reggere solamente sulla continua immissione di settori precapitalistici, con inevitabili scontri, sempre maggiori, tra le grandi potenze. Questa espansione è destinata ad esaurirsi, con conseguente crisi complessiva. La guerra è inevitabile, il pacifismo è pertanto inefficace.

Sul versante opposto, la teoria dell’ultraimperialismo vede, nel passaggio dal libero scambio all’imperialismo,[7] maggiori possibilità per i paesi capitalistici di arrivare ad accordi strategici e di coalizzarsi, trovando un modus vivendi. Paul Lafargue, negli ultimi anni di vita, sostiene che la potenza dei nuovi armamenti renda impossibile un conflitto, Otto Bauer nega il sopraggiungere di una crisi generale, Sidney Webb mostra come le lotte sindacali inglesi abbiano prodotto grandi conquiste e inciso sullo stesso plusvalore, Jaurès, che pure ha un impegno continuo per la pace, vede nella riorganizzazione del capitale finanziario uno possibile strumento di pace. Il saggista inglese Norman Angel ne La grande illusione (1909) nega l’utilità di un conflitto anche dal punto di vista economico: gli Stati sono interdipendenti e il liberismo è fonte di progresso e di crescita.

Anche il superamento della seconda crisi marocchina (1911) e il fatto che la guerra balcanica (1912) sia rimasta contenuta sembrano confermare queste ipotesi ottimistiche; anche la “impresa” italiana in Libia può essere letta riduttivamente, come ennesimo segno della crisi dell’impero ottomano.

E’ Lenin a confutare, nel corso stesso del conflitto mondiale, queste tesi. La rottura di Kautsky con il marxismo ha assunto la forma di teorizzazione di un capitalismo pacificato, del tutto in contraddizione con i dati reali.

La teoria dell’ultraimperialismo ipotizza un mondo pacificato e la possibilità di riforme sociali, quella leninista l’inevitabilità della guerra e la necessità della rivoluzione. E’ nota la classica definizione con la quale il rivoluzionario russo individua le caratteristiche centrali della nova realtà:

  • concentrazione di produzione e capitale e formazione dei monopoli.
  • Fusione del capitale industriale e di quello bancario con conseguente formazione del capitale finanziario (la cui natura è espansionistica ed aggressiva).
  • L’esportazione di capitale supera l’esportazione di merci.
  • Le associazioni monopolistiche internazionali si spartiscono il mondo.
  • E’ già avvenuta la ripartizione della terra fra le grandi potenze capitalistiche.

 

La guerra. Il fallimento dell’Internazionale

La deriva verso lo scontro generalizzato, nel luglio 1914, dopo l’attentato di Sarajevo, è inarrestabile. Convergono le spinte nazionalistiche contrastanti (russa verso gli slavi, italiana, francese dopo decenni di revanscismo anti tedesco), le tendenze militariste (pochi anni prima il socialista tedesco Noske ha sostenuto, difeso da Bebel, che il popolo tedesco ha interesse per le istituzioni militari e per la difesa della patria), il razzismo coltivato da decenni. Al razzismo classico ottocentesco (Gobineau), si sommano le tesi etnologiche – antropologiche (giustificazione dell’oppressione coloniale)[8] sulla naturale superiorità della razza bianca, il rilancio dell’antisemitismo che, soprattutto in Germania, si declina nella polemica contro la volontà ebraica di dominazione economica e sulla affermazione della  missione della razza germanica destinata a dominare il mondo. Non molto lontani il darwinismo sociale (nella lotta per la sopravvivenza si affermano i popoli più forti e la pace tende ad infiacchire e ad impedire lo sviluppo delle doti virili), le stesse teorie di Lombroso e i reciproci richiami alle proprie civiltà, storia…

La Germania riscopre ideologicamente la lotta della kultur contro la civilisation, tornando a Fichte e al suo richiamo al senso nazionale e alla terra contro il cosmopolitismo illuministico.

Il legame tra militarismo, logica espansionistica, militarismo interno e razzismo è evidente nell’allocuzione che il Kaiser Guglielmo 2° tiene alle truppe in partenza verso la Cina per sedare la rivolta dei boxer (1900):

Quando affronterete il nemico, ricordate: nessuna misericordia, niente prigionieri. Come gli Unni…mille anni fa… voi dovete imporre il nome della Germania in Cina per mille anni…[9]

Non manca un richiamo al cristianesimo:

Possa la benedizione di Dio essere con voi… Aprite la strada alla civiltà ora e per sempre.[10]

Nel 1911 il generale von Bernhardi pubblica La Germania e la prossima guerra, in cui un capitolo ha come titolo: Dominare o perire. La guerra è una necessità, indipendente dalla volontà degli uomini. La Germania ha 65 milioni di abitanti che crescono di un milione all’anno. La Francia, con una superficie equivalente, ha una popolazione di soli 40 milioni. La Germania deve, quindi, acquistare territori a spese di altri stati. Contro il pacifismo che ha infiacchito gli spiriti e senza confidare nella inconcludente diplomazia, il popolo tedesco deve fare affidamento solo sulla propria spada.

Ora, a distanza di pochi anni, Karl Lamprecht scrive che la guerra è fra germanesimo e barbarie e gli attuali scontri sono la logica prosecuzione di quelli che la Germania ha svolto, nei secoli, contro gli unni e i turchi. Thomas Mann, futuro oppositore del nazismo, ribadisce, in Considerazioni di un impolitico, la superiorità della cultura tedesca, erede di Lutero e Kant, rispetto all’illuminismo, la supremazia dello spirito e dell’arte sulla politica, la grandezza dell’etica protestante da cui sorgono il rinascimento e l’emancipazione dell’uomo. Il richiamo alla guerra come forgiatrice dei popoli stona in un così grande letterato ed è comprensibile, se non giustificabile, solamente per il contesto (Germania stretta tra potenze nemiche nel corso della guerra) nel corso del quale l’opera viene scritta.

Non migliori i toni in Francia. Per Bergson, la guerra intrapresa contro la Germania è lotta della civiltà contro la barbarie. Secondo Perrier (dell’Accademia francese delle scienze) i prussiani non appartengono alla razza ariana, ma discendono direttamente dagli uomini dell’età della pietra e il loro cranio ricorda quello dell’uomo fossile e quello del principe di Bismark.

Anche i socialisti più radicali si convertono al clima imperante e accecante di patriottismo. Per Guesde, la Francia non avrà difensori più ardenti dei socialisti e del movimento operaio, così come avvenne con i giacobini, sino al La guerra è madre di tutte le rivoluzioni. Hervé chiede di morire per la bandiera di Austerlitz.

Analoghi sono gli accenti nei socialisti tedeschi, per anni considerati depositari della dottrina socialista.

Netto anche il ruolo di preti cattolici, ortodossi e pastori protestanti. Si è scritto che ogni Dio ha sacerdoti per distruggere il Dio altrui, in nome del Non uccidere e dell’Amatevi gli uni con gli altri. I vescovi ungheresi lanciano accuse durissime ai fratelli serbi.

Fa eccezione, in questa drammatica caduta di tutta la cultura europea, la figura di Romain Rolland che dalla Svizzera, dove si è trasferito, poco dopo l’inizio della carneficina, con Au dessus de la melée, lancia, come una sorta di papa laico, un grido nel deserto, denunciando, con un manifesto pacifista, l’assurdità di tutte le guerre e rifiutando ostinatamente la logica della vittoria totale.

La progressione verso la guerra, nel luglio 1914, è rapidissima e sembra sfuggire ad ogni controllo e alla razionalità. Dopo l’attentato di Sarajevo, contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono, e la moglie Sofia, l’Austria il 23 luglio (25 giorni dopo) invia alla Serbia un ultimatum impossibile da accettarsi. La Serbia ne accoglie gran parte, con opposizione delle frange più nazionaliste, ma per l’Austria questo non è sufficiente e il 28 dichiara la guerra, chiamando alla mobilitazione. Si attribuisce allo stesso Freud una caduta nel nazionalismo: Mi sento veramente austriaco.

Inizia a prodursi uno scontro complessivo, determinato dal gioco delle alleanze. Il generale tedesco Von Moltke che da tempo sostiene che il conflitto è inevitabile e che prima inizia meglio è, dichiara che la Russia è alleata dei terroristi. Secondo il cancelliere tedesco il sasso ha cominciato a rotolare.

Dal 1 al 4 agosto, la situazione precipita.

L’Internazionale socialista manifesta la propria impotenza. Dopo il congresso anticipato di Basilea (1912), il successivo è convocato a Vienna, nell’agosto del 1914 ed anticipato a Parigi il 9 agosto. Chiaramente, non si terrà. Nelle prime settimane di luglio, il pericolo è sottovalutato. Jaurés[11] scrive il 30 giugno sull’ “Humanité” che il fiume di sangue che ha bagnato la penisola balcanica per tanti anni si ingrossa di un altro affluente, ma il congresso straordinario socialista (15 – 16 luglio) non coglie appieno i pericoli esistenti. Scrive uno storico tedesco che nel luglio 1914 né la direzione né le masse popolari ebbero la minima idea di ciò che si stava preparando.[12]

Drammatica la testimonianza di Karl Liebknecht sul suo ultimo incontro, a Parigi, con Jaurés:

Jaurès scrisse in pochi minuti il suo articolo su questo argomento… Parigi ballava, ballava dappertutto, nei negozi, nei caffè, nelle strade, nelle piazze. Fete national, fete de la Republique. Parigi ballava al discreto suono delle orchestrine, i cui palchi drizzati alla svelta erano sparpagliati per tutta la città. Parigi ballava, giovani e vecchi, eleganti e straccioni. Parigi ballava agile e graziosa, quasi senza rumore… Oggi mi sembra che su di essa pesasse l’oscuro pensiero degli orrori, di ciò che accadde dieci giorni dopo. Una spettrale danza macabra… fu il mio congedo da Jaurés.[13]

Il 29 luglio si riunisce a Bruxelles, convocato d’urgenza il Bureau socialiste international. Il grande storico Georges Haupt lo definirà il vertice dell’impotenza. Adler, nel più totale scoraggiamento, ritiene impossibile lo sciopero generale in Austria. La sola possibilità  è di localizzare il conflitto. I tedeschi faranno il proprio dovere, ma non possono impedire l’ingresso in guerra del loro paese. Simile l’intervento di Jaurés. La convinzione è che lo scontro possa essere localizzato, come è avvenuto per le precedenti guerre balcaniche.

Questo è il tema dell’ultimo grande discorso del socialista francese, nel corso della manifestazione pubblica organizzata dal B.S.I. Il governo francese e quello inglese debbono svolgere opera di pace su Russia ed Austria. Se la Russia non accoglierà l’invito alla moderazione degli alleati:

il nostro dovere è quello di dire: noi conosciamo solo un trattato quello che ci lega all’umanità! Noi non conosciamo i trattati segreti![14]

Le ore successive vedono attività frenetica. Jaurés si aggrappa alle ultime speranze. Propone e ottiene il consenso della CGT per una manifestazione unitaria, di unità di classe, per domenica 9 agosto a Parigi.

Il suo assassinio[15] il 31 luglio, al Café du croissant di Parigi, sembra segnare la fine delle speranze di evitare il massacro collettivo. Per una coincidenza i suoi funerali si svolgono il 4 agosto, il giorno in cui il parlamento tedesco vota i crediti di guerra, con il consenso degli stessi parlamentari socialisti. Anche i socialisti francesi piegano verso la difesa nazionale.

Si comprende come l’oscillazione che si verifica in seno al partito socialista in conseguenza della morte di Jaurès sia fatale allo sviluppo del movimento contro la guerra: la CGT ha rinunciato alle proprie posizioni a favore dei programmi socialisti pochi minuti prima che il socialismo sia privato del suo capo.[16]

Il fallimento della socialdemocrazia e dell’Internazionale è evidente e si manifesta nel giro di poche ore. I socialisti tedeschi, incerti ancora il 2 agosto, il 4 votano le spese militari. In Francia non vi è neppure dibattito parlamentare. In Inghilterra, solo una piccola minoranza si oppone alla capitolazione.

Fanno eccezione i socialisti serbi, pur in una situazione delicatissima, quelli italiani, in un paese che sarà neutrale per dieci mesi, i russi che rifiutano di votare favorevolmente alla Duma. Cinque parlamentari bolscevichi sono processati e condannati. Solamente nei mesi successivi inizia una opposizione nella CGT francese, ad opera di Monatte, in Germania si costituisce un gruppo di opposizione internazionalista con Luxemburg, Liebknecht, Mehring, si tessono le prime reti internazionali che porteranno alle conferenze di Zimmerwald (settembre 1915) e Kienthal (aprile 1916).

La partecipazione ai governi di unione nazionale non è generalizzata come il voto parlamentare, ma avviene in Inghilterra (Arthur Henderson, presidente del gruppo parlamentare laburista), in Belgio (Emile Vandervelde), in Francia (Sembat e Guesde, da sempre nemico di ogni collaborazione di classe). Il segretario della CGT Jouhaux, che ha tenuto il discorso ufficiale ai funerali di Jaurés, partecipa al Comitè de secours national. In alcun altro paese la partecipazione alla guerra si nutre in egual misura di ricordi rivoluzionari (il 1793) e della tradizione popolare del socialismo, come di un linguaggio “di sinistra”.

Il fallimento di una grande esperienza internazionale che ha segnato per decenni la storia del movimento operaio è causato:

  • dalla sua endemica debolezza istituzionale
  • dall’esistenza, solo formale, di una organizzazione sindacale complessiva
  • dal fatto che le mozioni, pure votate (Stoccarda, 1907) non impegnino i singoli partiti
  • dal richiamo alla necessità di difesa popolare, di unità del popolo (se la Francia è in pericolo, la salvano i figli del popolo)
  • dal fatto che il nazionalismo cancelli la coscienza di classe, cioè che una conflittualità orizzontale sommerga quella verticale (la lotta di classe).[17]

Occorre ricordare come Rosa Luxemburg scriva pagine disperate, descrivendo le manifestazioni popolari, di massa, a cui partecipano tanti proletari, in Germania a favore della guerra e come la stessa sottolinei con disperazione come la guerra uccida tanti lavoratori, quelli stessi che avevano costruito, in anni di lavoro, di impegno, di lotta, l’avanguardia politico – sindacale che ora viene cancellata.

La sconfitta, senza citare gli studi sulla psicologia autoritaria di massa, non deriva solo dal tradimento dei capi, dall’opportunismo dei dirigenti, ma da motivi più profondi.

Molti studi, nel bilancio negativo per la sconfitta traumatica, hanno messo in luce anche elementi almeno parzialmente positivi dell’Internazionale, che:

  • nei decenni a cavallo del secolo, ha attenuato le spinte belliciste, con il primo intervento di grandi masse a favore della pace e non della guerra.
  • Costituisce l’embrione di un “parlamento europeo” (sino ad allora mai esistito).
  • Tocca temi inediti nel quadro delle relazioni fra Stati e popoli (disarmo, norme internazionali…)
  • E’ un modello e una speranza per l’avvenire: incarnando il vecchio sogno di un mondo riconciliato con se stesso, essa mette in luce… che l’emancipazione della classe umiliata porta con sé l’emancipazione dell’umanità intera. Insomma, la Seconda Internazionale vuol essere una sorta di prefigurazione della fratellanza umana riconquistata.[18]

 

Italia: interventismo e neutralismo

L’Italia è il maggior paese a compiere la scelta di non entrare immediatamente in guerra. Se alcuni nazionalisti pensano, in un primo tempo, a combattere contro la Francia per Nizza, la Corsica e per vendicare lo schiaffo subito con l’invasione (1881) della Tunisia che sembrava naturalmente destinata all’Italia, il non intervento è accolto favorevolmente: l’Austria per quanto alleata, è vista come nemico storico, è positivo l’avvicinamento alle potenze liberali (Francia, Inghilterra), riprendono forza alcune spinte irredentiste. La Triplice alleanza obbliga l’Italia all’intervento solamente in caso di attacco altrui; inoltre l’Austria ha tenuto l’alleata più debole all’oscuro delle proprie intenzioni.[19]

Fortissime sono state, meno di tre anni prima, le proteste contro la guerra di Libia. Se Arturo Labriola vi ha visto un vantaggio per le plebi meridionali, se Ricciotti Garibaldi ha arruolato un centinaio di camicie rosse, se la Chiesa cattolica è stata favorevole, Salvemini ha criticato una guerra  scatenata per conquistare uno scatolone di sabbia, socialisti, anarchici e repubblicani si sono opposti nettamente. La CGL ha proclamato lo sciopero generale per il 27 settembre 1911 che, però, ha  avuto  successo solamente a Forlì. Il 14 ottobre, Benito Mussolini che dalla colonne de “L’Avanti!” ha fustigato le scelte di Giolitti e il repubblicano Pietro Nenni sono stati incarcerati a Bologna. Totale l’opposizione del sindacalismo rivoluzionario. Alceste de Ambris ha parlato di guerra di brigantaggio.[20]

Il 7 giugno 1914, parte da Ancona la settimana rossa. La protesta si estende a Marche, Emilia Romagna, Toscana. La animano anarchici, repubblicani, socialisti,  sindacalisti rivoluzionari in un intreccio di spinte antimilitariste, di protesta sociale, di certezza che questo moto possa dare il via alla spallata finale. Attivissimo Mussolini, direttore de “L’Avanti” che il 10 giugno scrive:

Proletari d’Italia! Accogliete il nostro grido: viva lo sciopero generale… Speriamo che con la loro azione i lavoratori italiani sappiano dire che è veramente l’ora di farla finita.

Lo stesso giorno, in un enorme comizio (60.000 persone) all’Arena di Milano, ribadisce:

Lo sciopero generale è stato dal 1870 ad oggi il moto più grave che abbia scosso la Terza Italia…Non è stato uno sciopero di difesa, ma di offesa. Lo sciopero ha avuto un carattere aggressivo… Soprattutto un grido è stato lanciato, seguito da un tentativo, il grido “Al Quirinale”.[21]

La possibilità rivoluzionaria è testimoniata da Errico Malatesta sull’anarchica “Volontà” del 12 giugno.

Non sappiamo ancora se vinceremo, ma è certo che la rivoluzione è scoppiata e va propagandosi… La monarchia è condannata. Cadrà oggi o cadrà domani, ma cadrà sicuramente e presto.

Tra il 1914 e il 1915, nei mesi che precedono l’ingresso italiano nel conflitto mondiale, il quadro cambia totalmente.

La spinta interventista cresce e produce lo spostamento di partiti, correnti, singoli.

Nel marzo del 1914 cade il governo Giolitti. Lo sostituisce Salandra. La corsa all’intervento precipita  con la firma, sostenuta anche dal re, del patto di Londra (aprile) e l’inizio delle ostilità (24 maggio).

Sono a favore dell’intervento le forze nazionaliste che già hanno sostenuto il colonialismo ed espresso disprezzo per le masse popolari e verso le idee socialiste, pacifiste, egualitarie. La teoria delle élites di Mosca e Pareto vede un errore nella democrazia, che porta al governo le masse. I peggiori, i più incapaci impongono ai migliori il proprio livello. Per Crispi Le plebi sentono la malattia del ventre, non quella dello spirito. L’esercizio del diritto delle plebi… fino ad oggi ha fatto cattivo uso. I cuori sono rosi dall’invidia e dall’ingratitudine.

Nel 1908, Alfredo Oriani,[22] nell’esaltazione di uno Stato forte, dotato di ampi poteri, arriva a scrivere dei movimenti popolari:

Condannano come vecchi tutti gli ideali; al rigore e alla limpidità della morale religiosa contrappongono una confusa condiscendenza della natura, al dovere del padre il diritto del coniuge, alla devozione del soldato la libertà del cittadino, alla responsabilità dell’eletto l’irresponsabilità dell’elettore.

Giovanni Pascoli piega dalle posizioni socialiste della gioventù ad un netto nazionalismo di cui è testimonianza la totale adesione alla guerra di Libia, con elementi che saranno assunti dal fascismo, nell’allocuzione La grande proletaria si è mossa.

Il pascoliano Luigi Valli lega la critica al pacifismo alla teorizzazione di stirpi superiori:

L’umanità progredisce per la continua sovrapposizione di stirpi superiori e più forti ad altre più deboli e imbelli. Il pacifismo è pericoloso perché mira a indebolire la forza morale che guida gli eserciti.

La teorizzazione più netta della guerra è espressa dal futurismo che la vede come motore del futuro, sola igiene del mondo, capace di purificarci dalla pietas del passato:

Ci voleva alla fine un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umiducci e tiepiducci di latte materno e di lacrime fraterne… Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto e una rossa svinatura per la vendemmia di settembre… Siamo troppi. La guerra è un’operazione malthusiana. Leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati, che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita… La guerra è spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice. Dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.[23]

E’ Gabriele d’Annunzio ad incarnare l’immagine del poeta cantore degli ideali della patria. Nel maggio 1915 il suo impegno è continuo e si esprime soprattutto nel discorso del 5 maggio a Genova, all’inaugurazione del monumento a Garibaldi a ai mille. E’ la mistica della nazione, in un intreccio di linguaggio religioso (il richiamo al Discorso della montagna), di appello ad eroi, martiri, profeti che risorgono alla vita, di echi alla classicità greca e al mito di Roma, alla teoria del superuomo. La grande Roma che ha dominato il Mediterraneo si lega al Risorgimento; la guerra è la necessaria prosecuzione di questa grande storia.

A questa tutti debbono concorrere, dalla maestà del Re all’operaio rude, per dimostrare la superiorità delle forze morali e spirituali degli italiani. E’ frequente il richiamo a Garibaldi, eroe di cui dobbiamo completare la missione. Richiamandosi a due suoi nipoti, morti, combattendo con la Legione italiana in Spagna:

Quando nella selva epica dell’Argonne cadde il più bello fra i sei fratelli della stirpe leonina, furono resi gli onori funebri al suo giovine corpo che, fuori della trincea, il coraggio aveva fatto numeroso come il numero ostile.

Sino alla chiusura evangelica dell’orazione, in un tripudio di Viva Trento! Viva Trieste!:

Beati i bentornanti con le vittorie, perché vedranno il riso novello di Roma.

Ancora più duri saranno i toni nelle settimane successive, quelle che portano alla dichiarazione di guerra. In un comizio a Roma arriva ad invitare ad assaltare l’abitazione di Giovanni Giolitti.

Passano al fronte interventista Gaetano Salvemini che addirittura, per un breve periodo, sospende le pubblicazioni de “L’Unità”, con il fondo: Non abbiamo niente da dire e sostiene che la guerra sia tra le democrazie liberali e regimi antidemocratici,  i repubblicani, in un richiamo risorgimentale a Mazzini, i sindacalisti rivoluzionari che pure erano stati i più attivi nella protesta contro la guerra coloniale e nella settimana rossa. La guerra può essere strumento per combattere l’immobilismo, il conservatorismo, la miseria; il tradizionalismo, l’imborghesimento sono identificati con gli anni di Giolitti, con le sue mediazioni, con l’uso spregiudicato del parlamento e del potere. E’ negato il “patto” Giolitti – Turati, mai sottoscritto, ma che è stato alla base di molte trasformazioni e che è venuto meno con la guerra libica. De Ambris, Corridoni, la federazione di Parma, quella dell’epico sciopero bracciantile del 1908, sostengono queste posizioni nell’USI, il sindacato libertario, ma sono messi in minoranza ed espulsi da Borghi. Fondano L’Unione italiana del lavoro (UIL).

Ovvia è la scelta dei socialisti riformisti (Bissolati, Bonomi) dal PSI espulsi nel 1912, per il loro appoggio alla guerra coloniale e conseguentemente a favore della guerra democratica. Di grande peso, non solo simbolicamente, l’impegno di Cesare Battisti, socialista trentino che gira l’Italia intera, chiamando all’intervento e per liberare le terre irredente e in nome di una redenzione sociale che la guerra svilupperebbe inevitabilmente, mettendo in primo piano le grandi masse, sino ad allora subordinate. Molti gli incidenti nel corso dei suoi comizi. Il 25 febbraio 1915 due manifestanti che lo contestano sono uccisi a Reggio Emilia. Il sindaco socialista di Bologna, Zanardi, dichiara che è impossibile controllare le violenze che rispondono ad altre violenze. Dal gennaio del 1915 l’Italia vive una sorta di guerra civile.

Meno importante di quanto la storiografia abbia valutato a posteriori, ma significativo, è il passaggio di campo di Mussolini.[24]

Il direttore de “L’Avanti!” pubblica il 18 ottobre 1914 un fondo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante che produce scandalo ed il suo allontanamento dal quotidiano. La neutralità rischia di essere una camicia di forza. Lo scritto sembra ipotizzare la necessità di partecipare alla guerra come base per uno sbocco rivoluzionario. Meno di un mese dopo, Mussolini fonda, con aiuto dei socialisti francesi,[25] “Il popolo d’Italia” che mantiene, sino al 1917, la dizione “quotidiano socialista”. Qui esce il 14 novembre il fondo Audacia che segna la non più velata scelta interventista:

Oggi la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria… E’ una propaganda antirivoluzionaria… E riprendendo la marcia, è a voi, giovani d’Italia… giovani che appartenete alla generazione cui il destino ha commesso di fare la storia, è a voi che lancio il mio grido augurale… Guerra.[26]

Il PSI perde pochi parlamentari, pochi militanti, ma l’ala più attiva ed estremistica, quella più presente nelle contestazioni e nelle manifestazioni di piazza che tanto pesano nella scelta del governo.

E’ influenzato da Salvemini e ancor più da Mussolini, il giovane Gramsci che il 31 ottobre riprende questi temi. Il proletariato non può assistere agli avvenimenti da spettatore imparziale. Neutralità attiva ed operante significa ridare alla vita della nazione il carattere di lotta di classe, dimostrare l’incapacità della classe dirigente. In questo modo il PSI si libererà da tutte le incrostazioni borghesi. Le posizioni di Mussolini tendono ad esaltare l’atteggiamento antagonistico del proletariato.

L’amore per Gramsci non può farci negare l’immaturità di questa posizione, la sua vicinanza, in questa fase, a quella mussoliniana, il clima presente in parte del socialismo torinese (Togliatti parte volontario per il fronte).[27] Anche Lussu, Rosselli e Parri, oltre al repubblicano Nenni, aderiranno alla guerra contro le “potenze militariste”.

Enorme l’influenza della stampa, pur in un paese in cui l’analfabetismo raggiunge percentuali altissime. Pochi i fogli neutralisti, la giolittiana “La Stampa”, parzialmente “Il Mattino”; è fortissima l’influenza del “Corriere della sera” di Albertini. I neutralisti sono accusati di immobilismo, di vigliaccheria, di complicità con il nemico: come possono essere “complici” del militarismo tedesco, del tentativo di cancellare la Francia erede della grande rivoluzione? Come possono tacere davanti all’aggressione del piccolo Belgio? Nulla si scrive sul crollo dell’ipotesi di una guerra breve da tutti condivisa nell’estate 1914 né sulla tragica realtà, fino ad allora sconosciuta, del conflitto che comporta milioni di morti, per la prima volta anche tra i civili.

La maggioranza della popolazione è contraria alla guerra, ma ha poca voce: i liberali sono spaccati al loro interno, il mondo cattolico manca di partito e le spinte belliciste sono crescenti, i socialisti hanno scelto un generico né aderire, né sabotare;“L’Avanti” scrive: né un uomo né un soldo per la guerra della borghesia  e ancora nel 1917 parlerà di scontro inutile per le rupi del Trentino e le caverne del Carso, ma la  situazione interna è delicata, con frequenti richiami risorgimentali ed il gruppo parlamentare che dal gennaio 1915 esprime posizioni diverse rispetto al partito.

Per l’ingresso in guerra sono borghesi, giornalisti, militari, gli organi di informazione. Sul fronte opposto braccianti, masse contadine, operai, soldati di leva. Un recente studio[28] analizza cinquanta città italiane alla vigilia dell’entrata in guerra, descrivendo quanto la gente comune ha fatto per non essere coinvolta nella tragedia, la prassi del neutralismo in una guerra civile che ha come protagonisti gli interventisti. La dissociazione popolare si esprime in mille forme, dalla ritualità religiosa alle agitazioni che il potere attribuisce alla teppaglia, dalla presenza di donne a quella di militari. E’ un impegno generoso e spesso spontaneo che non trova, però, una risposta, una sintesi a livello nazionale ed è sommerso dal campo avverso. Un parlamento a maggioranza neutralista si piega alla piazza. Alcuni storici affermano che il fascismo sia nato non nel 1919 o nel 1922, ma nel maggio 1915.

 

Il neutralismo cattolico

Il mondo cattolico si pone davanti alla guerra con scelte molto differenziate, con contrasti, ambiguità e contraddizioni, ma nella convinzione di potersi proporre, davanti allo sfascio e alla decomposizione del vecchio ordine geopolitico, come protagonista della rinascita, non solamente morale, della società.

Il 1 novembre 1914 il papa Benedetto XV promulga l’enciclica Ad beatissimi, in cui parla di disastrosissima guerra, di gigantesca carneficina e scongiura principi e governanti considerando quante mai lacrime e quanto sangue sono stati versati di ridare ai popoli i vitali benefici della pace. Chiede anche di sospendere i combattimenti nel periodo natalizio. Analogo è il tono dell’Esortazione ai popoli belligeranti e ai loro capi (28 luglio 1915): Scongiuriamo voi cui la Divina Provvidenza… a porre termine finalmente a questa orrenda carneficina che ormai da un anno disonora l’Europa.

Nel 1917, dopo tre anni di massacri si appellerà ancora ai governanti Cessate l’inutile strage!

Il legame con L’Austria cattolica scatena contro il pontefice le più gravi accuse: traditore, austriacante… Per il ministro francese Clemenceau è un papa tedesco. La Chiesa francese è totalmente a favore della guerra di difesa della civiltà. In un chiesa di Parigi, un sacerdote dice: Santo padre, noi non vogliamo la vostra pace!

Nei dieci drammatici mesi della neutralità italiana, l’Azione cattolica italiana non assume posizioni e responsabilità ufficiali, dichiara che i cattolici, come cittadini, in ogni caso, faranno il loro dovere, che la scelta della neutralità non è contraria all’amor patrio[29]

E’ interventista Filippo Meda, dopo l’attacco al Belgio, inammissibile violazione del diritto internazionale. Come lui, Luigi Sturzo che vede nello scontro, quasi in sintonia con alcuni settori democratici e socialisti, la chiave per arrivare a nuovi equilibri europei e alla libertà per le nazioni.

Non mancano, nel settore più reazionario, del tutto ostile allo Stato liberale le posizioni di chi attribuisce la catastrofe a punizione divina contro la degenerazione dei costumi politici, sociali e morali.

L’intransigentismo, pur oramai in forte declino nel cattolicesimo italiano, rifiuta qualunque commistione con lo Stato, nonostante il pontificato di Leone XIII, il patto Gentiloni; il suo rifiuto della guerra, quindi, nulla ha a che fare con quello di Guido Miglioli che vi vede il peggioramento delle condizioni delle grandi masse popolari, in particolare contadine.

Interessante il percorso di don Primo Mazzolari, convinto interventista e sacerdote al fronte. Anni dopo, scriverà, in un capovolgimento di posizioni che coinvolge una critica alla gerarchia cattolica:

Se invece di dirci che ci sono guerra giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa ed audace, invece di partire per il fronte, saremmo discesi nelle piazze. E noi in buona fede, abbiamo creduto che bisognava finirla una buona volta coi prepotenti di ogni risma e siamo partiti come per una crociata.[30]

 

Il neutralismo di Giovanni Giolitti

Tutti i temi del neutralismo giolittiano, sconfitto nella primavera del 1915, ricompaiono in un razionale bilancio storico – politico, nel discorso che lo statista piemontese tiene a Dronero (Cuneo), suo collegio elettorale, il 12 ottobre 1919, segnando un atteso ritorno sulla scena politica nazionale.

I termini del patto di Londra sono stati pubblicati, il nuovo governo sovietico ha resi pubblici i trattati segreti, dimostrando come gli accordi tra potenze prescindano da qualunque verifica democratica.

Giolitti è odiato da nazionalisti ed ex interventisti i quali lo ritengono responsabile delle posizioni neutraliste che hanno reso meno forte la spinta militare del paese e della presunta debolezza nella conduzione della guerra. Il 22 giugno, alla Camera, si sono avuti incidenti e scontri tra giolittiani e nazionalisti.

Il 13 agosto, alla apertura del Consiglio provinciale di Cuneo di cui è “da sempre” presidente, Giolitti ha chiesto una pace basata sul principio di nazionalità e ha criticato la pratica dei trattati segreti (chiaro il riferimento a Salandra).

Ora, ad ottobre, molti sperano nel ritorno dello statista alla politica nazionale ed alcuni lo vedono come unico salvatore nella difficilissima situazione post bellica (disoccupazione, caro vita, spinte rivoluzionarie, assenza di stabili maggioranze parlamentari, crescita dei partiti di massa e crisi dei tradizionali equilibri dell’Italia liberale, introduzione del sistema proporzionale).

La presenza nel teatro di Dronero è enorme. I giornalisti di tutti i maggiori fogli nazionali, 66 parlamentari.

Il discorso torna su tutte le posizioni esposte nel pre – guerra ed opera un bilancio sui risultati, tragici, del conflitto. La scelta neutralista era giusta, secondo quando dettava la Triplice Alleanza. L’opzione opposta ha comportato perdita di uomini e mezzi, enormi sacrifici umani, la desertificazione dell’economia, spese enormi e forse irreparabili per un paese povero di mezzi e capitali, la necessita di una forte imposizione fiscale. L’Italia è stata spinta a combattere una guerra altrui, egemonizzata da altre potenze, quando, con la neutralità, avrebbe avuto la possibilità, di grandi vantaggi economici.

Ha portato farina ad altri, in cambio di una magra mancia.

La politica estera è stata improvvisata, miope, dettata dalla fretta e dalla sottovalutazione dei rischi. Si sarebbero potute avere, senza l’intervento, significative concessioni territoriali. Il trattato di Londra è stato sottoscritto con superficialità e presunzione: tra l’altro, prevede che Fiume sia croata.

Le radiose giornate di maggio sono state segnate dalla violenza e dalla sopraffazione ed hanno portato a scelte nefaste. Nessuno ha, inoltre, valutato che la guerra sarebbe stata così lunga e gravosa e che si sarebbe  ulteriormente protratta senza l’intervento, decisivo, degli Stati Uniti d’America, non certo previsto nel 1914- 1915.

Enorme l’eco delle parole dello statista piemontese.[31]

Turati, pur nelle differenze, vi coglie attenzione ai problemi del paese. Gentile lo critica nettamente e teme un suo ritorno al governo, in un parlamento, con il proporzionale, a maggioranza socialista e popolare.

Albertini sul “Corriere della sera” giudica impossibile un suo rientro alla testa dell’esecutivo.

Felice Frassati, giolittiano da sempre e storico direttore de “La Stampa”, vede invece in lui l’ultima speranza per la democrazia parlamentare in un’Italia che non deve cadere nel regime sovietico, ma esprime grande ansia di giustizia e gravi problemi sociali:

Un bisogno non saziato di giustizia, un fermento di miserie presenti. Saziate questo bisogno, tagliate queste miserie e il bolscevismo sarà vinto.

La disincantata razionalità giolittiana, pragmatica e priva di ogni accento demagogico, contrasta con la visione di Benito Mussolini che stronca il discorso di Dronero:

Il volto glabro del vecchio fuggiasco di Berlino e ladro della Banca romana…l’infausto e infame bolscevico dell’Annunziata… lugubre uccello del malaugurio… corvo iettatore che nel 1919 ancora si aggirava rapace e raccapricciante fra i nostri monti sacri, esempio del cinismo più repellente.

E’ forse questo discorso, più di ogni altro, a chiarire la natura non “ideologica”, ma sempre pragmatica del neutralismo giolittiano, opposto a quanto scelto da altri settori del liberalismo (Sonnino, Salandra, importanti branche industriali…).

 

Le contraddizioni nell’anarchismo

Gli anarchici più influenzati dal sindacalismo rivoluzionario, dal democratismo e dall’individualismo sono coloro che cedono in Italia alla seduzione dell’intervento,dimostrando la propria posizione marginale in rapporto alla tradizione socialista anarchica che nel suo nocciolo centrale resiste piuttosto fortemente. Massimo Rocca (Libero Tancredi), Maria Rygier, Mario Gioda si collocano al fianco degli interventisti di sinistra, per quanto su posizioni autonome e il 20 febbraio 1915 fondano “La guerra sociale”.

Luigi Fabbri in “Volontà” e Malatesta da Londra prendono al contrario posizione contro la guerra, posizione confermata al congresso del 24 gennaio che si svolge a Pisa e la primavera dell’anno seguente con il manifesto La guerra europea e gli anarchici, in polemica con la “Dichiarazione dei sedici”.

Nel giugno 1916 si riunisce a Ravenna un congresso clandestino che crea un Comitato d’azione internazionalista anarchico. Ma le possibilità d’azione sono minime. I principale giornali “Volontà” e “Il libertario” sono presto costretti a sospendere le pubblicazioni.[32]

Così il grande storico Enzo Santarelli che all’anarchismo ha dedicato larga parte dei propri studi sintetizza le contraddizioni e le difficoltà che i libertari incontrano in Italia nel corso del conflitto.

Parte consistente dell’anarchismo italiano ha partecipato, nel 1911, alle manifestazioni contro la guerra coloniale , in difesa di Augusto Masetti che, alla caserma Cialdini di Bologna, ha sparato uccidendolo al colonnello Stroppa. Non sono mancate, però, correnti favorevoli all’impresa coloniale e alla difesa della necessità della guerra come momento di frattura nel tessuto sociale, quindi preparatrice della rivoluzione.

Nel 1913 l’USI ha diretto gli scioperi agrari nel ferrarese e in Puglia, quello dei marmisti nel carrarese, dei metallurgici e dei gasisti a Milano. Molte Camere del lavoro hanno dirigenza e forte presenza libertaria.

Tra il 1914 e il 1915 si ripetono le medesime contraddizioni già vissute in occasione della guerra di Libia, ora moltiplicate dall’entità del conflitto e dalle diverse posizioni nell’anarchismo internazionale.

Adriana Dadà, in uno scritto di grande documentazione,[33] sostiene che l’interventismo, in campo anarchico, sia limitato a sporadici e isolati casi personali.

In realtà, l’anarco sindacalismo ha peso non secondario nella spinta interventista, così come hanno settori repubblicani, socialisti e anti borghesi; il legame tra anarchismo e futurismo è comprovato (si veda la realtà di Parma). Nel dopoguerra non saranno pochi i casi di adesione al fascismo da parte di chi proviene da queste componenti (per tutti il futuro quadrumviro Michele Bianchi).

Anche a livello europeo, le contraddizioni sono laceranti. E’ presente in molti rivoluzionari russi un forte sentimento antitedesco: la famiglia Romanov ha sangue tedesco, l’”autoritarismo” di Marx è anche addebitato alla sua nazione di origine.

Nell’agosto 1914, il “New York times” definisce Piotr Kropotnik sostenitore della guerra che può portare alla rivoluzione sociale. Ad ottobre, il rivoluzionario, sulla rivista inglese “Freedom”, chiama all’intervento contro la Germania e definisce inutili le iniziative pacifiste. La posizione si radicalizza nei mesi successivi, come dimostra lo scritto Guerra e capitalismo.

E’ “Freedom” il centro del dibattito con giudizi opposti. Se kropotnik lamenta l’eccessivo spazio occupato dalle tesi pacifiste, Errico Malatesta (sulle stesse posizioni Emma Goldman) ribadisce che la sola speranza è la rivoluzione ed esprime sdegno per i cedimenti ed i cambiamenti di posizione da parte di anarchici che con parte dei socialisti:

Si associano ai governanti e alla borghesia dei paesi belligeranti, dimenticando il socialismo, la lotta di classe, la fraternità internazionale e tutto il resto! Che rovina! Forse è possibile che gli avvenimenti abbiano dimostrato che i sentimenti nazionali siano più vivi di quelli della fraternità internazionale.[34]

Il 24 gennaio 1915 Malatesta, con “L’avvenire anarchico”, al congresso di Pisa, riconferma la posizione antimilitarista e rivoluzionaria. E quando l’Italia entra in guerra ritorna sulla polemica, trovando nelle opzioni di Kropotnik un atteggiamento non nuovo, dettato dal patriottismo franco – russo e da pregiudizi contro i tedeschi. Kropotnik ha dimenticato l’antagonismo delle classi la necessità dell’emancipazione economica, l’antimilitarismo in nome della difesa del (proprio) paese invaso. Questo implica il sottomettersi agli ordini del rispettivo governo nazionale:

Noi allora capimmo che egli intendeva invitare i lavoratori francesi a rispondere alla possibile invasione tedesca col fare la rivoluzione sociale, cioè col prendere possesso del suolo francese e col tentare di indurre i lavoratori tedeschi a fraternizzare con loro nella lotta contro gli oppressori francesi e tedeschi. Certamente non avremmo mai sognato che Kropotnik potesse invitare i lavoratori a fare causa comune con i governi e i padroni.[35]

Il 28 febbraio 1916, sempre su “Freedom”, compare il Manifesto dei sedici, firmato da sedici anarchici (i più noti Kropotnik e Jean Grave). La guerra è stata provocata dal militarismo tedesco. L’attacco della Germania è una minaccia per tutti:

Noi anarchici, antimilitaristi, noi nemici della guerra, noi appassionati partigiani della pace e della fratellanza fra i popoli, parteggiamo per la resistenza.

E’ ancora Malatesta a replicare. Gli anarchici rimasti fedeli alle proprie convinzioni debbono sollevarsi contro il tentativo di compromettere l’anarchismo nella continuazione della carneficina e non possono schierrsi con i governi ed i loro massacri:

Oggi come sempre il nostro grido sia: Abbasso i capitalisti e i governi. Tutti i capitalisti e tutti i governi.

Sono significative delle contraddizioni interne anche le testimonianze e le posizioni di Armando Borghi.

Enorme è lo sconcerto per il primo, insospettabile, passaggio di campo:

Maria Rygier mi chiamò da Bologna… Ero preparato ad ascoltare da lei le proposte più impensate contro la guerra. Rimasi di sasso quando mi trovai di fronte a una Rygier che mi parlava di guerra ad oltranza… Si buttò subito dall’altra parte della barricata. Strepitava che io mentivo a me stesso; dovevo capire che l’asse della rivoluzione si spostava dalle barricate alla guerra, dai popoli ai governi, dalle cospirazioni alla diplomazia.[36]

Lo sconcerto continua per lo sfaldamento del blocco sociale di opposizione e rivoluzionario, costruito negli anni.

Si seppe di Kropotnik e del Manifesto chiamato dei “sedici”… I repubblicani non tardarono a ingolfarsi nell’interventismo, i socialisti bissolatiani altrettanto… I seguaci del partito socialista ufficiale… oscillavano.[37]

E’ interessante, non solamente come aneddoto, il racconto dell’ultimo incontro tra Borghi e Mussolini che ha abbandonato il neutralismo internazionalista e rivoluzionario e sanguinario dei primi mesi di guerra sotto la pressione della diplomazia francese alla quale la “conversione” era costata un grosso rotolo di biglietti da mille.[38]

(Mussolini) cercò ogni tanto di adescarmi dandomi ragione e inveendo contro quei vigliacchi dei socialisti ufficiali che posavano da antimilitaristi, ma avevano avuto paura di compromettersi per Matteotti… Gli obiettai che essee contro le vigliaccherie dei suoi ex compagni non doveva significare buttarsi nelle braccia dei nazionalisti.[39]

E in un giudizio più complessivo sul nefasto ruolo del futuro duce:

Mussolini rese impossibile qualunque rapporto di buona vicinanza fra noi e i suoi. Durante l’autunno 1914 e l’inverno ’15 quell’uomo avvelenò gli animi con polemiche di una violenza e volgarità inaudite… La verità storica è che Mussolini non determinò lui l’intervento, ma importò nell’interventismo di sinistra una corrente limacciosa di confusione intellettuale, morale e politica… Non fu la democrazia italiana che seguì Mussolini. Fu Mussolini che inquinò la democrazia italiana.[40]

Anche da queste testimonianze emerge emerge l’intreccio tra coerenza personale, spinte divergenti, contraddizioni, incapacità di anlizzare una realtà le cui novità non vengono comprese appieno (Lenin è stato giustamente definito un veggente in un mondo di ciechi).[41]

[1]    Cfr. Romain RAINERO, Luigi SERRA, L’Italia e l’Egitto: dalla rivolta di Arabi pascià all’avvento del fascismo (1882-1922), Settimo milanese, Marzorati, 1991.

[2]    Cfr. Karl KAUTSKY, La questione coloniale. Antologia degli scritti sul colonialismo e sull’imperialismo, a cura di Renato MONTELEONE, Settimo milanese, Marzorati,1977.

[3]    Madeleine REBERIOUX, Il dibattito sulla guerra, in Storia del marxismo, Torino, Einaudi, 1978, vol. 2, pg. 912.

[4]    Nel 1914, allo scoppio della guerra, i due cassieri del partito fuggiranno in Svizzera per mettere al sicuro l’ingente capitale.

[5]    La citazione è riportata in Franco ANDREUCCI, La questione coloniale e l’imperialismo, in Storia del marxismo, vol. 2, pg. 879, Torino, Einaudi, 197.

[6]    In Annie KRIEGEL, La Seconda Internazionale, in Storia del socialismo, a cura di jacques DROZ, vol. 2, dal 1875 al 1918, Roma, Editori riuniti, 19

[7]    La prima analisi compiuta della tendenza in atto è di John Atkinson Hobson in Imperialismo. Uno studio. Non si è più davanti ad una scelta, ma ad una necessità, prodotta dalla natura stessa del capitalismo che produce improvvisi aumenti di capitale che non possono trovare impiego in patria e necessitano, quindi, di mercati stranieri per i beni e gli investimenti.

[8]    Kipling parla di fardello dell’uomo bianco, interpretando un senso comune. Poche le voci contrarie nella letteratura dal Conrad di Cuore di tenebra al duro attacco di Mark Twain contro i misfatti del colonialismo belga e del re Leopoldo 2°.

[9]    In Antonello LA VERGATA, Guerra e darwinismo sociale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005, p. 132.

[10]  Ivi.

[11]  Cfr. il documentatissimo: Carlo PINZANI, Jean Jaurés, l’Internazionale e la guerra, Bari, Laterza 1969. Per una biografia del socialista francese cfr. vedi lo scritto divulgativo, ma di grande interesse: Madeleine REBERIOUX, Jaurès, in I protagonisti della storia universale, n. 42, Milano, C.E.I., 1965.

[12]  Ivi, pg. 292. Il giudizio è di Jurgen KUZSKYNSKI.

[13]  Ivi, pg. 292

[14]  In Carlo PINZANI, cit., pg. 297.

[15]  L’assassino, Raoul Villain, compie un atto che si inserisce nel clima di odio scatenato dalla destra nazionalista. Nel 1919 sarà addirittura assolto.

[16]  Annie KRIEGEL, Aux origines du communisme francais, Paris – La Haye, Mouton et cie., 1964, vol 1, pp. 59 – 60.

[17]  Cfr., su questi temi, Madeleine REBERIOUX, Il socialismo e la prima guerra mondiale, in Storia del socialismo, cit, pp. 713 – 718.

[18]  Annie KRIEGEL, La Seconda internazionale, cit, p. 698.

[19]  Non mancano interpretazioni storiografiche secondo le quali l’Austria ha due volte pensato di attaccare l’Italia, pure alleata: dopo il terremoto di Messina e nei primi mesi della guerra libica.

[20]  Non è possibile qui approfondire il legame tra queste proteste ed il ciclo di lotte europee del biennio 1911 – 1912, contro l’aumento del costo della vita in Germania, nelle fabbriche sulla Lena in Russia, nelle aziende inglesi sulla spinta del sindacalismo rivoluzionario. In Francia Alfred Rosmer e Pierre Monatte fondano “La vie ouvrière”. Sulla posizione del sindacalismo rivoluzionario circa la guerra di Libia, cfr. Enrico LEONE, Espansione e colonie, Roma, Tipografia editrice nazionale, 1911.

[21]  Il comizio di Benito Mussolini è sunteggiato su “L’Avanti” dell’11 giugno

[22]  Non attiene a queste pagine tentare un bilancio dell’opera di Oriani, quasi sconosciuto in vita, lodato da Gramsci nei Quaderni per la sua concezione popolare della letteratura, fortemente rivalutato nel ventennio fascista.

[23]  Giovanni PAPINI, Amiamo la guerra, in “Lacerba”, 1 ottobre 1914; il testo è riportato in Giovanni TURCHETTO, Dino Campana, biografia di un poeta. Milano, Feltrinelli, 2003.

[24]  Non è possibile discutere qui la tesi, soprattutto di Renzo DE FELICE, in Mussolini il rivoluzionario, 1883 – 1920, di un Mussolini socialista, per non breve periodo, dopo lo strappo con il PSI.

[25]  Vi è anche un aiuto di socialisti inglesi. Controversa l’entità del sostegno di settori industriali italiani.

[26]  Benito MUSSOLINI, Audacia, in “Il popolo d’Italia”, 14 novembre 1914.

[27]  La formazione non certo “ortodossa” del Gramsci giovane è testimoniata dal successivo scritto La rivoluzione contro il capitale sulla rivoluzione sovietica. Cfr. Nicola BADALONI, Il marxismo di Gramsci, dal mito alla ricomposizione politica, Torino, Einaudi, 1975.

[28]  Cfr. Fulvio CAMMARANO, Abbasso la guerra. Neutralisti in piazza alla vigilia della prima guerra mondiale,            Le Monnier, 2015.

[29]  Cfr. il discorso di Giuseppe DALLA TORRE, presidente dell’Unione popolare, il 5 gennaio 1915.

[30]  Primo MAZZOLARI, La pieve sull’argine, prima ed. Milano 1952, pg. 66, seconda ed. Bologna, La Dehoniana, 2008.

[31]  Di grande interesse il Discorso su Giolitti di Palmiro Togliatti in cui il segretario comunista recupera, anche in funzione polemica contro l’egemonia democristiana ed il suo leader De Gasperi, il progressimo giolittiano. Sulla stessa falsariga, ma con ulteriori accentuazioni, il comizio che Togliatti tiene a Cuneo nel corso della campagna elettorale del 1953, tutto teso a recuperare una tradizione liberale, laica e progressiva, contro il sanfedismo democristiano.

[32]  Enzo SANTARELLI, L’anarchismo in Italia, in “Le mouvement social”, n. 83, aprile – giugno 1973. Cfr. anche Pier Carlo MASINI, Gli anarchici italiani fra interventismo e disfattismo rivoluzionario, in “Rivista storica del socialismo”, n. 5, gennaio – marzo 1959.

[33]  Adriana DADA’, L’anarchismo in Italia tra movimento e partito, Milano, teti, 1984.

[34]  Errico MALATESTA, Gli anarchici hanno dimenticato i loro principi, in “Freedom”, novembre 1914 e in Vita e idee, Catania, ed Collana Porro, 1968, p. 287.

[35]  Errico MALATESTA, Anche l’Italia, in “Freedom”, giugno 1915, ivi, p. 258.

[36]  Armando BORGHI, ½ secolo di anarchia, Napoli, E.S.I., 1954, pp. 153 – 154.

[37]  Ivi, p.155.

[38]  Ivi, p. 160.

[39]  Ivi, pg. 161.

[40]  Ivi, p. 164

[41]  La definizione andrebbe allargata almeno a Trotskij, ad alcuni bolscevichi e agli spartachisti tedeschi.

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